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Lucio Dalla e Luigi Ghirri: l’uomo che sapeva amare mentre l’altro scattava

Se esiste un sodalizio indimenticabile per i nostalgici di tempi andati, ha sicuramente il nome del cantautore di Piazza Grande e del fotografo dai colori pastello.  

Forse l’Emilia Romagna, o la comune annata del 1942, non c’è sicurezza sul come, quando e perché sia nata la magia, ma se l’anima di Dalla avesse gli occhi sarebbero di sicuro quelli di Ghirri. 

Luigi Ghirri, oltre che ad essere un grande fotografo poeta – azzarderei dire il De Andrè della fotografia – ha lavorato anche col mondo della musica, sempre in fissa con Bob Dylan e Giuseppe Verdi.  

Un giorno, per uno strano scherzo del destino incontra Lucio Dalla, tessendo con lui un profondo rapporto d’amicizia e scambio di creatività reciproca.  

Nulla da fare per il fotografo che odiava allontanarsi dalla sua città, amava troppo il suo paese e non desiderava altro che potervi starci sempre, fotografarlo e ammirarlo senza smettere.  

Ma Dalla lo volle con lui in giro per New York a documentare il suo tour americano e Ghirri divenne così il suo interprete visivo, l’occhio attraverso il quale guardare i paesaggi, le piazze, i teatri e il pubblico affettuoso. 

Ma è grazie agli anni della giovinezza e al crescente interesse per il mondo delle immagini che oggi possiamo godere delle sue inquadrature mozzafiato dalle atmosfere dense e favolistiche. Negli anni ’60 infatti mentre lavorava per un’agenzia immobiliare, divorava un libro dopo l’altro e accresceva in lui la curiosità per la fotografia. 

Provare a spegnere la fiamma di quella passione sarebbe stato inutile. 

Una delle particolarità del suo stile era la notevole mancanza di persone: Ghirri desiderava fotografare l’uomo perlopiù attraverso gli oggetti e i luoghi della sua vita. 

Quasi tutti i suoi scatti hanno un’enfasi controllata e una certa sobrietà, il vuoto è presente ed è sicuramente una metafisica nostalgica a catturare l’attenzione, dando l’impressione di un tempo sospeso o forse irrisolto.  

Ma ciò che impressione Dalla è l’accessibilità che danno gli scatti di Ghirri, perché «al di là di motivi banali, come la professionalità, il modo di inquadrare il soggetto, delle tue fotografie quello che rimane, e che colpisce, è che diventano un prodotto fruibile. In questo senso mi sento vicino al tuo lavoro, perché anch’io sono vicino al pubblico che mi ascolta, come tu sei vicino al pubblico che mi ascolta, come tu sei vicino al pubblico che guarda le fotografie» dice Lucio del suo amico. 

Ogni angolo è studiato, ogni emozione catturata e poi ricercata, ogni anelito di magia è percepibile solo se si guarda con cuore e timpani aperti.  

L’occhio attento di Ghirri dà una certa luce all’anima di Dalla, contribuendo anche ad aprire la strada a un approccio molto più intimo nei confronti della fotografia, non proprio condiviso da Lucio che ormai da tempo non amava più sfoggiare le sue pose da balla balla ballerino.  

E infatti confessa: «sono anni che non voglio e detesto farmi fotografare, non per odio nei confronti del fotografo, ma perché è come un gioco che mi ha un po’ annoiato. Con te, mi diverto ancora, mi piace ad esempio osservare il tuo imbarazzo nel prendere le fotografie. […] Ho osservato molte volte come prendi le fotografie: sistemi la macchina sul cavalletto, esegui tutte le operazioni, e poi al momento dello scatto ti allontani e sembra che tu osservi il mondo con già dentro la fotografia e tu che stai fotografando» 

Si accumula così nel tempo un intensissimo catalogo di scatti, sorrisi, sguardi e parole taciute con gli occhi. Un catalogo mai offerto al pubblico ma che poi si trasforma finalmente, nel 2009, in un’incantevole mostra in Galleria De’ Foscherari a Bologna, amorevolmente voluta da Dalla grazie all’aiuto di Nino Castagnoli. Attraverso una sessantina di foto, quello spettacolo ci rende testimoni di un’amicizia autentica e unica tra i due artisti emiliani.  

E se entrambi hanno vissuto di musica, forse queste foto avranno in sé un suono, un mixaggio, che le rende eterne e impossibilitate al silenzio.  

Perché il cantautore di Piazza Grande e il fotografo dai colori pastello ancora ne parlano, di quanto una musica può essere forte. 

Serena Palmese 

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Serena Palmese

Mi piacciono le persone, ma proprio tutte. Anche quelle cattive, anche quelle che non condividono le patatine. Cammino, cammino tanto, e osservo, osservo molto di più. Il mio nome è Serena, ho 24 anni e ho studiato all’Accademia di belle Arti di Napoli. Beati voi che sapete sempre chi siete.

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