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Conservare un amore al Museo delle Relazioni Interrotte: istruzioni per l’uso

Tutti abbiamo, almeno una volta, conservato un ricordo.

Accumulato carte di cioccolatini, spruzzato la lacca sui fiori, portato via un sasso dopo un percorso in montagna o acquistato la cartolina di quella città che mai più scorderemo.

Ma quanto dura un ricordo? Il tempo di accumulazione!

Abbiamo tremendamente bisogno di sapere che certe cose non sono perse per sempre e possiamo riviverle ancora, qualche volta. Anche per finta.

Possiamo pensare cosa fare delle nostre fragili rovine, possiamo provare a dargli un nome e perfino invitarle ad uscire dall’armadio, a dirgli che la parte oscura del cassetto non è proprio un posto comodo. Ma solo se scendiamo a compromessi col dolore.

Ci hanno sempre obbligato a nascondere la bellezza malinconica che emerge dalle nostre fratture, a cancellare le occhiaie e la cellulite con Photoshop, ad accettare una vita che sta in piedi solo per una falsa parvenza di felicità. Postiamo foto super contenti in cui siamo pieni di ottimismo quasi per convincerci della nostra autenticità, perché diciamocelo, guai che ci vedano tristi e pensierosi!

Dobbiamo puntare ai likes, solo a quelli. Senza quelli siamo poco credibili.

Ma le nostre storie non sono banali e neanche gli oggetti che si portano dietro.

Il dolore, lo sconforto e la delusione, dopo un rapporto finito male, possono restare vivi per anni, seppur chiusi in una scatola di latta.

Ma nascondere tutto è davvero l’unica via d’uscita possibile?

Associare un bene materiale a un individuo è naturale e inevitabile, anzi lo si fa inconsciamente. Un regalo, per esempio, non è altro che la massima espressione di questo fenomeno. Il dono è una cosa preziosa, data gratuitamente, che da sempre serve per saldare un affetto, a maggior ragione nell’amore.

Ma quando non si riesce a venire a patti con la perdita dell’altra persona, conservare un regalo è troppo doloroso anche se questo significa negare la parte bella di quella storia e rifiutare una parte del proprio passato.

La nostra società permette e riconosce funerali, matrimoni e persino i diplomi ma ci nega qualsiasi occasione per commemorare la fine di una relazione, malgrado il potere, a volte incisivo, che ha sull’esistenza e il corso di vita di un individuo.

Quindi, che si fa?

Si cerca di trasformare gli oggetti donando loro una nuova vita cosicché tutti possano ammirare il simbolo di un amore indimenticabile.

 

Basti osservare un collezionista e il modo in cui maneggia gli oggetti della propria collezione. Appena li tiene in mano, sembra guardarli ispirato, nella loro lontananza. Per il vero collezionista il possesso è il rapporto più profondo che si possa avere in generale con le cose: non che esse siano viventi in lui, è lui stesso ad abitare in loro. Collezionare appare un’arte di vivere fortemente associata alla memoria, al salvataggio dell’ordine dal disordine.

 

Per cui, ogni oggetto che collezioniamo possiede una parte di noi, ecco perché il museo delle relazioni finite esiste e piace.

Nasce dall’idea di Olinka Vištica e Dražen Grubišić, entrambi di Zagabria,  una ex coppia che dopo una storia d’amore durata quattro anni, avevano iniziato a scherzare sull’esigenza di dover fondare un museo dove riporre gli oggetti protagonisti della loro relazione. Tre anni dopo la loro rottura, Dražen ha ricontattato la ex fidanzata, per proporle di istituirlo davvero, quel museo delle relazioni interrotte. E di sistemarci i cimeli non solo della loro storia d’amore, ma anche di quelle dei loro amici, a cui hanno iniziato a chiedere in dono gli oggetti ricordo delle loro relazioni ormai finite.

Il museo ha fatto la prima apparizione nel 2006, come istallazione durante un festival d’arte locale. Poi quegli oggetti con le loro storie hanno suscitato una curiosità tale che quel dolore condiviso è diventato subito reale.

Nel giro di poco tempo, tantissimi pacchi postali arrivavano dall’Europa, dall’India, dalla Cina e dagli Stati Uniti, e tutti avevano qualcosa da raccontare con urgenza. Nel 2010, la ex coppia ha affittato uno spazio nel cuore di Zagabria, dove è ufficialmente stato istituito il Museum of BrokenRelationships (che adesso ha anche una filiale a Los Angeles).

Ogni oggetto ha come didascalia solo la storia che lo racconta, più o meno particolareggiata senza limiti di lunghezza. Sono racconti così diversi e spesso eclettici che ricoprono una vasta gamma di emozioni, dall’umorismo alla pena profonda. Tutti gli oggetti che oggi formano la collezione fissa del museo sono stati donati da persone comuni e sono di ogni tipo, da capi di vestiario a libri, gioielli, mazzi di chiavi, sex toys, protesi…

 

Tra tutti una fotografia, e il mio racconto preferito.

 

Lo spazio che resta

Dall’estate del 2009 fino all’inverno del 2012

Belgrado, Serbia

 

Quando ti svegli da un sogno i dettagli del quadro mancano, ma le emozioni sono vivide e riesci a sentirle anche nelle dita dei piedi, nelle ossa, nelle orecchie.

Come in un sogno, quel giorno il cielo era immacolato e la spiaggia era deserta fino all’orizzonte.

Stavamo facendo la lotta libera su una zattera di plastica gonfiabile. Per scherzare le dicevo che l’avrei venduta a una banda di trafficanti umani, e lei si lamentava del prezzo.

Abbiamo perso il controllo e ci siamo arresi l’uno all’altra. Lei in tutta la sua fiera stramberia, io in tutta la mia fiera stramberia, e in mezzo a noi l’amore.

Scattata ad Ada Bojana, sulla costa montenegrina.”

 

Non importa quali siano i motivi dietro la scelta dei donatori, se un meccanismo terapeutico o puro esibizionismo: le persone partecipano alla loro eredità emotiva come se fosse un rituale solenne da rispettare e condividere.

Finalmente esiste un posto dove conservare un amore.

Custodirlo, per dargli una seconda occasione: è un museo, su di te, su di noi, sui modi in cui abbiamo amato e quelli in cui abbiamo perso.

 

Serena Palmese

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Serena Palmese

Mi piacciono le persone, ma proprio tutte. Anche quelle cattive, anche quelle che non condividono le patatine. Cammino, cammino tanto, e osservo, osservo molto di più. Il mio nome è Serena, ho 24 anni e ho studiato all’Accademia di belle Arti di Napoli. Beati voi che sapete sempre chi siete.
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