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L’ipotesi di Sapir-Whorf: la lingua come mezzo di categorizzazione della realtà

Tra gli effetti della globalizzazione incalzante del XXI secolo c’è, senza dubbio, l’esigenza crescente di dover imparare nuove lingue.

Chi al giorno d’oggi non possiede perlomeno le basi della comunicazione in lingua inglese, per esempio, si ritrova inesorabilmente in netto svantaggio non solo in ambito lavorativo, ma anche nel panorama sociale.

Ma quanti sono coscienti del fatto che imparare nuove lingue non rappresenti solamente una possibilità in più di trovare un impiego, o di viaggiare in completa autonomia, ma che significhi, di fatto, acquisire un nuovo metodo per analizzare la realtà che ci circonda?

Nel XX secolo Franz Boas – pioniere dell’antropologia moderna – diede la spinta necessaria affinché la disciplina prendesse quota negli Stati Uniti.
Questi condusse degli studi sulle lingue semitiche ed indo-europee parlate dai nativi americani: nonostante la poca distanza geografica che intercorreva tra un villaggio ed un altro, le tribù conducevano stili di vita differenti.

Boas ebbe per primo l’intuizione che la natura coerente del codice linguistico fosse in stretta connessione con il pensiero e di conseguenza, con il modo di relazionarsi con il mondo esterno.

Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf, ispirati dagli studi di Boas, portano avanti le ipotesi del loro mentore e giungono alla conclusione che la lingua non sia solamente mezzo atto allo scambio di informazioni, ma che sia in realtà un metodo per scansionare della realtà orientato dall’esperienza.
Il sistema cognitivo umano è fortemente influenzato dal retroterra culturale cui si appartiene, ed è impossibile non “contaminare”, attraverso l’esperienza individuale, il modo di analizzare ciò che accade attorno a noi.

Secondo questo ragionamento, in linea di massima, a ogni lingua corrisponderebbe una particolare visione del mondo e quindi una relativa interpretazione degli stessi fenomeni: ragion per cui l’ipotesi di Sapir-Whorf viene anche definita principio di relatività linguistica.

Una prova tangibile della relatività linguistica è stata dimostrata da uno studio condotto da un gruppo di psicologi della Stanford University di Palo Alto, in California: Jonathan Winawer e colleghi dimostrano che la lingua materna gioca un ruolo importante nel processo di discriminazione dei colori.

Sono stati esaminati due gruppi composti rispettivamente da parlanti inglesi e russi: a differenza dell’inglese, il russo non possiede una singola parola per indicare il blu, ma differenzia il blu chiaro (goluboy) dal blu scuro (siniy).
I ricercatori hanno rilevato che i russofoni discriminavano più rapidamente i colori, soprattutto quando a questi veniva chiesto di distinguere tra goluboy e siniy, piuttosto che tra le stesse tonalità. Dunque, i russofoni riescono a distinguere molto meglio, e con maggiore velocità, le diverse tonalità, rispetto agli anglofoni.

Dalla suddetta teoria nasce una diramazione interessante, la cosiddetta teoria forte, nota come determinismo linguistico, che concepisce i modelli di pensiero e grammatica come un continuum. I parlanti di una lingua flessiva, per esempio, i cui sostantivi sono classificati per genere, concepiranno il mondo come diviso tra entità maschili e femminili.

Il determinismo linguistico rappresenta uno spunto non indifferente per George Orwell, che nel suo 1984 parla di neolingua: attraverso una manipolazione diretta dei modelli cognitivi dei parlanti risultante dall’introduzione progressiva di una grammatica artificiale che elimini alla radice i concetti non in linea col pensiero del partito, quest’ultimo riesce ad omogeneizzare – e di conseguenza piegare – il pensiero individuale.

In realtà, Sapir e Whorf, suo allievo, non erano sostenitori del determinismo linguistico.
Sapir sosteneva che la lingua non fosse, in realtà, il perfetto riflesso della cultura e delle azioni quotidiane, ma che linguaggio e il pensiero potessero in effetti essere in un rapporto di influenza reciproca. Ciò che diciamo, come lo diciamo, come lo interpretiamo, deriva dal modo in cui riflettiamo: o forse è il contrario?

Nonostante quella di Sapir e Whorf sia rimasta una teoria, oscurata successivamente dalle idee generativiste di Chomsky che concepiscono il linguaggio come abilità congenita, ed altri, diversi furono gli studiosi intellettualmente vicini alle teorie dei linguisti americani: in tempi più recenti, negli anni ’20,il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein sosteneva che «i limiti del suo linguaggio fossero i limiti del suo mondo», dando quindi ulteriore prova della forte interconnessione tra linguaggio e percezione della realtà.

 

Giovanna Alaia

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La Redazione

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