L’inferno dantesco: 7 modi di dire che utilizziamo ancora oggi 

Esistono numerosi modi di dire che utilizziamo regolarmente ma non ne conosciamo la provenienza.

Molte delle espressioni che usiamo quotidianamente sono riprese dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, il sommo poeta, il “padre” della lingua italiana.

Oggi vedremo 7 modi di dire di uso comune che derivano dall’Inferno di Dante!

1 – Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”

Il nono verso del canto III fa riferimento all’iscrizione posta sulla porta dell’Inferno.
Tale frase serve per mettere in guarda chi sta per entrare e, infatti, una volta varcata la porta non c’è alcuna speranza di tornare indietro. Le anime non potranno più salvarsi.

Dante è spaventato e perplesso sul significato della scritta, ma Virgilio lo invita a deporre ogni forma di timore e di perplessità. Lo ammonisce dicendo di non preoccuparsi di entrare all’inferno, ma di prepararsi psicologicamente a vedere e ad affrontare le anime dei dannati, coloro che ormai hanno perso Dio.

La frase è utilizzata oggi spesso in tono scherzoso, per riferirsi a situazioni difficili o ambienti disagiati. Come ad esempio davanti le poste i primi del mese o quando si sta per entrare in aula prima di un esame. Una frase che quest’anno avranno sicuramente pensato studenti e insegnanti prima di entrare a scuola…

2- “Senza infamia e senza lode”

Qui siamo al verso 36 del III canto. Nell’inferno di Dante questa espressione stava ad indicare il comportamento degli ignavi, i quali vissero senza prendere posizione, senza schierarsi, senza prendere alcuna decisione, insomma. Né il bene, né il male. Né in favore, né contro alcuna causa. Per Dante questi individui non erano degni né del premio (Paradiso) né della punizione (Inferno) e decise di collocarli nell’Antinferno, condannati a correre nudi dietro una bandiera priva di stemma e continuamente punti da mosconi e vespe.

Oggi utilizziamo questa frase per descrivere qualcosa che non è degno di nota, qualcosa di totalmente neutro. Quindi un’azione, o un risultato, o perché no, una persona, non degni di particolari meriti ma che non si possono neanche considerare in maniera negativa.

3- “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”

Sempre in riferimento agli ignavi Virgilio si rivolge a Dante dicendo di non perdere tempo con loro ma di andare avanti. Oggi questa frase è utilizzata, appunto, per indicare quelle situazioni o quelle persone per le quali non vale la pena perdere tempo. Un po’ come quelle persone che provano a cambiare il mondo scrivendo post su Facebook, ecco. Oppure dei politici che litigano in prima serata. Non vi curate di loro, ma guardate avanti.

4- “Stai Fresco”

Utilizzato in modo ironico per dire “stai messo male, siamo a posto”, è una delle espressioni più utilizzate ai nostri giorni. Lo troviamo al v. 117 del XXXII canto “là dove i peccatori stanno freschi” per indicare coloro che, nel lago di Corinto, sono immersi nel ghiaccio e la quantità di corpo immersa è direttamente proporzionale alla gravità del peccato commesso.

5- “Non mi tange”

Questa frase la abbiamo sicuramente utilizzata innumerevoli volte per tutte quelle situazioni che non ci interessano, non ci toccano e non ci riguardano minimamente. Ma da chi è stata pronunciata?

Da colei che tanto gentile e tanto onesta pare… Beatrice (v. 82  II canto che la vostra miseria non mi tange, né una fiamma d’esto incendio non m’assale)! Il verso si riferisce alla condizione della donna amata da Dante. Beatrice, infatti, dimostra come riesce a vivere la sua sofferenza senza che essa la tocchi e la corrompa, né può essere attaccata dalle fiamme infernali. Non c’è disprezzo per la miseria e per l’incendio che travaglia i dannati, ma un senso di pace, un distacco dal mondo e dalla materia.

6- “Far tremare le vene e i polsi”

Questa espressione viene utilizzata per indicare qualcosa che causa paura. Quando ci spaventiamo siamo soliti dire “mi tremano le vene e i polsi”… no, in realtà non è proprio così. Siamo più inclini a utilizzare un’altra espressione che non posso riportare qui. Ma ha a che fare con i nostri bisogni quotidiani. La frase la ritroviamo al v. 90 del I canto quando Dante, smarrita la via e ritrovatosi nella selva oscura, incontra una lupa che lo terrorizza, chiedendo aiuto dell’autore dell’Eneide.

7- “Fatti non foste per viver come bruti”

L’ultima, ma non per importanza, la mia preferita. A parlare questa volta è Ulisse, siamo ai vv 119-120 del XXVI canto. L’eroe di Itaca incita, con le sue parole, i compagni a seguirlo nell’impresa di attraversare le colonne d’Ercole (stretto di Gibilterra), considerate al tempo come il confine del mondo. “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Ulisse chiede ai compagni di riflettere sulla propria origine: non sono stati creati per vivere come bestie ma per seguire la virtù e la conoscenza
È davvero così? O siamo solamente bestie evolute?
Da quando Dante ha scritto questi versi sono passati circa 700 anni e, nel mentre, in ordine sparso, abbiamo affrontato: guerre, massacri, saccheggi, stupri, inquisizione, genocidi, rivolte, guerre mondiali, Olocausto, campi di concentramento, schiavitù, lavori forzati, altre guerre, altri massacri e altri genocidi. Sì, forse siamo stati creati per vivere di virtù e conoscenza, ma lo abbiamo dimenticato… anzi forse non lo abbiamo mai saputo.

 

Mariangelo D’Alessandro

Disegno di Giuseppe Armellino

Vedi anche: I laogai: i campi di concentramento che non conosci