Caro Maurizio ti voglio bene, forse

Napoli – Juventus o la notte in cui Maurizio Sarri fece ritorno al San Paolo.

Ma ricordate quel film in cui Roberto Benigni diretto da Giuseppe Bertolucci dichiarava proprio così, sfrontatamente sincero, tutto il suo affetto per Enrico Berlinguer?

Se non lo ricordate, non preoccupatevi, la breve sinossi è quella di un giovane toscano Mario Cioni, figlio del proletariato, solitario e linguacciuto, che nel corso della sua personale vicenda è costretto a far fronte al più difficile dei compromessi in preda al più corrosivo dei dilemmi morali.

Possibile che questa storia, quella di Ti voglio bene Berlinguer non vi ricordi, partendo dalle vicine colline del Chianti e di Figline Valdarno quella del nostro ex “comandante” Maurizio Sarri?
Non soltanto per l’ideologia, quella filo-bolscevica dell’allenatore della classe operaia  alle prese con la conquista del palazzo (senza civico, ma quello del potere gestionale calcistico), ma anche per i numerosi elementi e congetture con la pellicola del ’77. Forse su tutti il grande compromesso, quello che ha suscitato l’amore e l’odio, quello tra i tifosi del Napoli e Maurizio appunto, una di quelle faide che ti spacca, ti destabilizza, ti lascia lontano da ogni certezza.
Quello che solo una delle più grandi passioni vissute e consumate può lasciarti dentro.

Questa è la notte di Napoli – Juventus, il teatro è quello del San Paolo di Fuorigrotta, una partita che si discosta da tutte le altre, non soltanto per l’enorme mole di punti che quest’anno divide le due compagini in classifica ma perché ci sta di mezzo il cuore. Questa partita vive di una carica enorme di simbolismo e sentimento. Era il Napoli del popolo e del “ciucciariello”, di Lauro, Ferlaino, Canè e Maradona e quello del mondo juventino dal Piemonte, l’industrializzazione del settentrione, gli Agnelli, la FIAT e Platinì. Insomma la partita che nel corso dei decenni ha saputo meglio raccontare la questione meridionale, la storia socio-culturale di questo paese attraverso l’espressione pagana del mondo del pallone.

Stasera sarà soprattutto la notte di Maurizio Sarri, nativo di Bagnoli e cresciuto dall’adottiva Toscana, l’allenatore in tuta, l’uomo della provincia e il rappresentate del popolo. L’anima antisovversiva, brusca e testarda, del calcio divenuto entertainment business. L’uomo di campo che lascia Empoli per allenare proprio il Napoli, tre anni in cui produce un tilt spazio-dimensionale.
Prende in mano una squadra di buona qualità, una qualità razionale ma ben lontana dai fasti tecnici juventini e la rende la più concreta delle concorrenti. Un corto circuito in cui arrivano record di punti e di gol, quelli dell’altro “core ingrato” Gonzalo Higuain, in cui tutto diventa talmente bello da diventare addirittura romantico.
La bellezza si trasforma in entusiasmo, diventa un movimento popolare seguitissimo, le nuove quattro giornate napoletane capeggiate da un Masaniello che disegna schemi e fuma sigarette, che regala la più bella delle estasi sensazionali, quella che più vicina assomiglia ad un sogno.

Avevamo lasciato Sarri, così, quasi come un personaggio punk e antisistema che sfoggiava un dito medio mentre attraversava schiere di tifosi bianconeri e nel frattempo un angelo nero svettava in cielo per sancire l’imponderabile. Era il gol vittoria di Koulibaly in quel di Torino. Oggi Sarri torna inverosimilmente da avversario, ha toccato forse l’apice della sua “missione umana”, quella di allenare il “suo” Napoli per poi scegliere la priorità professionale, il doloroso compromesso citato.

Ha smesso i panni di eroe popolare partenopeo per allenare la più prestigiosa delle squadre italiane, l’avversaria di sempre, la Juventus. Il tema più dibattuto della settimana non poteva che essere “quale dovrebbe essere la giusta accoglienza a cotanto personaggio?”. Uno di quelli che ci ha fatto ardere, che ha consumato nel più spinto e passionale degli amori, di quelli che ti lasciano una cicatrice.

Io dico che Maurizio, uno di quelli che ha preso, ha dato ma anche profondamente amato, si fa fatica a lasciarlo nell’indifferenza. Saranno tanti i fischi (figli della profonda rabbia nata dal seme di un profondo amore) ma merita anche qualche timido applauso. In fondo come si potrebbe fischiare o profondamente odiare la donna, seppur stronza, ma con cui hai fatto il miglior sesso della tua vita.

Claudio Palumbo

In foto, “Fino al palazzo”, copertina