Leggende, tradizioni e curiosità sulla Festa dei morti

Immaginiamo che oggi, per la prima volta, venga istituita la Festa dei morti. Probabilmente resteremmo perplessi dall’accostamento di due parole così antitetiche tra di loro. Cos’ha di festoso la morte? Sarà mica un’allegra riunione tra zombie pronti a sterminarci? Per fortuna la terra è salva e sappiamo che si tratta di una commemorazione in onore dei defunti, celebrata il 2 novembre.

Fu istituita ufficialmente nel 998 dalla Chiesa cattolica latina, dall’abate Sant’Odilone di Cluny. Tuttavia, le sue origini sono ancora più remote e offuscate da molte leggende, poiché il culto dei morti è sin dai primordi un caposaldo di qualsiasi civiltà.

Pare riconducibile alla tradizione celtica della notte di Samhain: festività tra il 31 ottobre e il 2 novembre, in cui si celebravano riti di propiziazione e di fecondazione, in cui si aboliva la barriera tra vivi e morti. Si pensava che in questi giorni ai defunti fosse concesso ritornare tra i loro cari, che li accoglievano con banchetti e festeggiamenti. La stretta relazione tra quest’antica tradizione e le usanze odierne è evidente e sorprendente. I giorni sono gli stessi, l’idea di base pure, manca solo che ci mettiamo a saltellare intorno ad un focolaio intonando strani ululi.

La Festa dei morti è diffusa su scala mondiale ed ha caratteristiche proprie di zona in zona. Ci sono però due leitmotiv: l’usanza di bandire tavole con prodotti tipici e la visita ai cimiteri, abbelliti per la circostanza.

In Italia, soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, i cibi prediletti sono dolcetti a base di fave, considerate per le lunghe radici un tramite con l’aldilà. Un’altra fantasia popolare ritiene che le loro macchie bianche e nere richiamino la lettera greca Tau, iniziale di thanatos, cioè morte. A Trieste usano colorarle simbolicamente di bianco (nascita), rosa (vita) e nero (morte). Anche i veneti sono soliti colorare le fave, chiamate “ossi di morti”, regalate dagli amanti alle promesse spose. In Liguria, le fave e altre tipologie di frutta secca sono chiamate il “bene dei morti” e sono donate ai bambini che vanno bussando di casa in casa, rituale caratteristico anche in Sardegna.

Ciò porta ad una piccola riflessione che nega la paternità del famoso trick or treat agli americani; come si vede, in realtà questo costume era in voga da tempo nella tradizione nostrana. Lo stesso vale per le zucche intagliate tipiche dell’Abruzzo.

Ritornando sulle curiosità degli usi regionali italiani, sempre in Abruzzo si usa accendere nelle case tanti lumini quante sono le anime dei propri defunti. In Umbria oltre ai dolcetti “stinchetti dei morti”, si organizza una fiera simboleggiante il ciclo della vita. Per la tradizione romana si dovrebbe pranzare accanto alla tomba dei cari scomparsi. In più, a Roma come in Sicilia, ai bambini vengono regalati dolciumi e giocattoli, di solito nascosti sotto il letto a mo’ di Babbo Natale, perché leggenda vuole che durante le loro visite i morti lascino dei doni. Altre consuetudini diffuse sono quelle di riunirsi per pregare e/o raccontarsi storie soprannaturali.

A questo punto vi chiederete: e nel resto del mondo?

Una delle tradizioni straniere più conosciute e suggestive è la messicana El dia de los muertos. I messicani non hanno una visione negativa della morte, ma la accettano come un evento naturale ineluttabile e per tanto da festeggiare come si fa con la vita. I cimiteri si abbelliscono a festa e c’è un tripudio di colori, fiori, danze e musiche. Ricorderete sicuramente, altrimenti recuperate, il film d’animazione Coco che ne restituisce esattamente lo spirito quasi carnevalesco.

Anche in Asia esiste la Festa dei morti con usanze simili, seppur in giorni diversi.

In India si celebra tra ottobre e novembre la festa delle luci (Diwali) in cui si accendono lampade per riportare in vita il sole morente. Qui si aggiunge anche la celebrazione della fratellanza per ricordare la nascita dell’umanità ad opera del dio della morte Yama e di sua sorella.

In Cina si chiama Quingming e ricorre ad aprile. Oltre ai costumi comuni un po’ dappertutto come la decorazione delle tombe, si fanno gare di aquiloni.

In Cambogia si festeggiano le prime due settimane di ottobre offrendo palle di riso ai morti per scongiurare le maledizioni che questi scaglierebbero in caso contrario.

Particolare è il costume giapponese di concludere la festa accendendo lampade su barchette di paglia abbandonate alle correnti fluviali.

Il fascino e l’ansia per l’ignoto non sono gli unici moventi della Festa dei morti, si aggiungono significati filosofici ed esistenziali. Entrano in gioco la voglia di esorcizzare la paura della morte e di addolcire l’amara pillola per la perdita di un caro. La nostalgia e il dolore si trasformano in una festa, in un’occasione per sentirsi ancora connessi con chi non c’è più, un’occasione per mostrare che i sentimenti sono eterni e anche un modo per dare coraggio a noi stessi. Vorremmo essere più messicani in questo. Che ne sarà di noi? È meglio credere nella possibilità di un’altra vita oppure pensare che tutto finisca una volta per tutte?

Ogni anno, il 2 novembre, vado al cimitero a portare fiori e un saluto ai miei cari e, quando esco da lì, me lo chiedo sempre, ancora scossa dagli innumerabili volti impressi sulle lastre di marmo che si accavallano nei miei pensieri. E mi sento davvero fragile. Non c’è posto che possa ricordarti meglio quanto tu sia nient’altro che un granellino di sabbia.

Cari lettori, dopo i miei pipponi mentali, vi lascio consigliandovi la poesia di Pascoli Il Giorno dei morti.

E voi, come celebrate la festa e cosa ne pensate?

 

Giusy D’Elia

Per saperne di più: El Día de Muertos, COCO, il film… tra tradizione e futuro e Halloween: le vere origini della festa più famosa al mondo

 

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