Paolo Uccello: il Surrealista del Rinascimento

di Sveva Di Palma

Alcuni uomini nascono già se stessi, in perfetta aderenza con la propria pelle, in confortevole dialogo con le proprie propensioni e capacità. Tuttavia, non tutti gli uomini che nascono comodi nel proprio essere riescono ad intessere un rapporto altrettanto felice con la propria epoca. Molti di loro s’innalzano e inabissano in modo incongruente con i loro tempi, ergendosi a voci fuori dal coro o ammutolendosi in un lungo silenzio. Il pittore rinascimentale Paolo Di Dono, detto Paolo Uccello, appartiene a questa categoria di uomini.

Paolo Uccello (Pratovecchio, 15 giugno 1397 – Firenze, 10 dicembre 1475) , mosaicista e pittore, dominò con le sue tavole precise e colorate la scena artistica fiorentina della metà del XV secolo. Il suo stile, autonomo e ricercato, è perfettamente esemplificato da opere come La Battaglia di San Romano, il trittico composto da tavole dipinte a tecnica mista conservato alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Tre opere di grandi dimensioni, pannelli dalle geometrie definite, ipnotici e misteriosi. Nonostante i dipinti raffigurino un evento reale (la battaglia combattuta tra fiorentini e senesi a San Romano il 2 giugno 1432), infatti, l’atmosfera ricreata è sospesa, favolistica. L’eclettismo è evidente. In un un’epoca caratterizzata dall’arte rigorosa di Piero Della Francesca, l’astrattismo onirico di Paolo Uccello risulta anacronistico, legato ad un tardo gotico in fase calante. Le figure incorporee, quasi senza peso, immerse in una rarefatta magia senza tempo, sono assolutamente slegate dalla tradizione nascente di riproduzione equilibrata e realistica della figura.
Il grande Giorgio Vasari, nelle sue famose Vite, descrive con sorpresa e malcelato dissenso l’abnegazione del Doni verso la prospettiva: “Paulo Uccello sarebbe stato il più leggiadro e capriccioso ingegno che avesse avuto da Giotto in qua l’arte della pittura, se egli si fusse affaticato tanto nelle figure et animali quanto egli si affaticò e perse tempo nelle cose di prospettiva; le quali,ancorché sieno ingegnose e belle, chi le segue troppo fuor di misura getta il tempo dietro al tempo, a fatica la natura, e l’ingegno empie di difficoltà e bene spesso di fertile e facile lo fa tornar sterile e difficile, e se ne cava – da chi più attende a lei che alle figure – la maniera secca e piena di profili: il che genera il voler troppo minutamente tritar le cose, oltreché bene spesso si diventa solitario, strano, malinconico e povero, come Paulo Uccello, il quale, dotato dalla natura d’uno ingegno sofistico e sottile, non ebbe altro diletto che d’investigare alcune cose di prospettiva difficili et impossibili; le quali, ancorché capricciose fussero e belle, l’impedirono nondimeno tanto nelle figure, che poi, invecchiando, sempre le fece peggio. […] Paulo dunque andò, senza intermettere mai tempo alcuno, dietro sempre alle cose dell’arte più difficili, tanto che ridusse a perfezione il modo di tirare le prospettive dalle piante de’ casamenti e da’ profili degli edifizzi,condotti insino alle cime delle cornici e de’ tetti…”

La prospettiva, assieme all’attenta osservazione dei volatili (pratica alla quale è dovuto il suo nomignolo), costituiva il fulcro dell’esercizio artistico di Paolo Uccello. L’ossessivo studio e la costruzione di geometrie impossibili, come quella del complessissimo reticolo di lance creato ne La Battaglia di San Romano, cristallizzano la pittura di questo artista in un’azione immobile; i personaggi dei suoi dipinti sono bloccati, quasi manichini. È precisamente questo aspetto ad aver attratto altri artisti, lontani nello spazio e nel tempo, come i Surrealisti e Giorgio De Chirico. Paolo Uccello, agli occhi dei massimi esponenti della corrente surrealista (André Breton, Paul Eluard, Robert Desnos e altri), fu un antesignano, un precursore assoluto il cui senso della forma era concepito con rivoluzionaria modernità. E, in effetti, ad un occhio contemporaneo l’enigmatica Caccia notturna – il cui significato e la cui origine ancora ci sfuggono – ha qualcosa di familiarmente cubista, di picassiano. Quei volumi nitidi, quegli oggetti geometricamente perfetti, quella ricerca di forme immutabili, congelate, non possono non ricordare un primo Picasso.

Il succitato dipinto, indecifrabile e meraviglioso, raccoglie e racchiude una vita. La vita di un uomo sospeso, testardo, dedito. Un uomo che non apparteneva al suo presente, ma in eterna tensione tra il passato ed il futuro.

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