Alle origini della filastrocca

di Veronica Nastri

La filastrocca è divenuta, nel corso del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, genere squisitamente letterario, cioè scritto e colto. Abbandonando, almeno in Italia e nei paesi di analogo sviluppo, la propria specificità di tradizione orale coltivata nell’ambito della cultura popolare.

La definizione formale, specifica è che la filastrocca sia un componimento in versi brevi, con ripetizioni di sillabe, parole e simili spesso recitato in cadenza, per divertire i fanciulli.

Per quanto riguarda l’etimo, oscuro naturalmente, su fila- gli studiosi concordano, grosso modo, su l’idea del filo o fila, quale serie continua; su -strocca le cose si fanno più confuse. Qualcuno tira in ballo il tedesco strecken, stendere; altri il toscano, desueto, strocca o strocco, matassa di seta (o altro materiale) da dipanarsi.

Per qualcuno, poi, non si tratterebbe di parola composta ma della corruzione di un peggiorativo di fila, filastra, divenuto nella forma popolare filastocca, e infine filastrocca.

Quale che sia l’origine della parola la filastrocca ha goduto di buona salute sulle bocche di bimbi e non per molti secoli.

In libreria troviamo raccolte di filastrocche in volumi cartonati e tascabili, in albi di piccolo e grande formato, dentro e fuori collana: caratteristica costante è soprattutto la presenza di illustrazioni, per lo più a colori, sia nei libri per i piccolissimi sia in quelli destinati ai lettori delle elementari.

La filastrocca prima di divenire strumento nella borsa dello scrittore per l’infanzia – dai compilatori di sussidiari a Rodari, fino ai contemporanei – è stata un genere oscuro, legato all’oralità.

Testi semplici con rare ma solide matrici comuni, con infinite varianti. Da paese a paese, da famiglia a famiglia, da dicitore a dicitore. Testi tramandati e modificati secondo l’estro, il gusto, la competenza, il contesto sociale.

Veri e propri elaboratori comunitari e collettivi, capaci di essere immediatamente fruiti con divertimento e a un tempo spesso oscuri e capaci di evocare dimensioni universali, archetipe.

La filastrocca con il suo significato attuale è attestata già nel 1470 in uno scritto di Luca Pulci che offre la definizione ancor oggi usata dallo Zingarelli. Ma prima, nel 1442, è Rinaldo degli Albizzi ad usare la parola con valore di discorso prolisso, sconclusionato.

Questo genere, però, non ha suscitato particolari curiosità, almeno fino alla metà dell’800.

È con il secolo del positivismo, con l’avvio delle scienze sociali che prendono vita anche gli studi etnografici e quelli sul folklore, è un’ampia schiera di cultori locali a raccogliere, il repertorio dei canti popolari delle regioni d’Italia, filastrocche comprese.

Da lì a poco si succederanno cambi sociali tali da far perdere l’ambito consueto di diffusione della filastrocca. Fin qui si tratta però di tradizioni popolari.

Altro conto è la filastrocca letteraria sviluppatasi proprio in relazione al venir meno del filone popolare, la quale diventa definitivamente maggiorenne con Gianni Rodari e Toti Scialoja che le restituiscono piena e piacevole dignità.

Oggi la filastrocca letteraria gode di buona fortuna e di buoni autori e quella popolare continua a destare interesse. Ogni anno sono pubblicati libri d’autore, raccolte popolari, studi d’approfondimento e anche il web accoglie portali e siti zeppi di testi ritmici per l’infanzia.

 

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