L’arte del kintsugi come sinonimo di resilienza

di Alessia Miranda

“Le nostre ferite sono spesso le aperture nella parte migliore e più bella di noi” (David Richo.)

A tutti noi è capitato almeno una volta nella vita di dire o sentirci dire: “un vaso rotto, non potrà mai più tornare com’era prima” quando si parla di legami spezzati e cuori infranti, ma nessuno di noi si è mai chiesto se, forse, l’impossibilità di aggiustare qualcosa non risieda davvero nel danno in sé, ma nel non avere abbastanza coraggio.

Ebbene sì, che riusciamo ad ammetterlo o meno, nella vita tutto evolve, si muove, cambia, grazie al coraggio.
Ce ne vuole per chiedere scusa a chi abbiamo fatto del male, per riuscire a perdonare chi non avremmo mai pensato ci potesse ferire, per accantonare il dolore in nome di qualcosa di ben più forte, più importante.
Ma soprattutto, ci vuole coraggio per andare avanti, ignorando la paura di poter soffrire di nuovo.
Averlo non è facile, ma nemmeno impossibile.
Un vaso rotto, contrariamente alle aspettative di tutti, può essere aggiustato, e spesso può anche tornare esattamente come prima, al principio di tutto, seppur con qualche crepa in più.
Ma sono proprio quelle crepe a dare valore a ciò che è stato ricostruito.
E questo pensiero lo confermano ancora una volta i giapponesi, che uniscono il concetto di “ferita” a quello di “bellezza”.

Il dolore, infatti, per loro, non incarna un sentimento negativo come per noi occidentali, bensì il fascino di un nuovo inizio, così come l’imperfezione estetica non rappresenta qualcosa di cui vergognarsi o che “rompe l’armonia di una figura”, ma la bellezza dell’essere unici al mondo.
I difetti fisici e le ferite dell’anima andrebbero esibiti senza imbarazzo, perché tracciano la parte più vera e profonda dell’uomo e della sua storia.
Così come le cicatrici umane, per i giapponesi anche le crepe di un oggetto rotto non vanno nascoste ma valorizzate e per dimostrarlo utilizzano un metodo originale: il kintsugi.

“Kintsugi significa letteralmente “oro” (“kin”) e “riparare” (“tsugi”), ossia, “riparare con l’oro“.

Ebbene sì, i giapponesi non solo non buttano il vaso una volta che si è rotto, ma addirittura lo riparano incollando le crepe con dell’oro, così da evidenziarle ancora di più.
Con quest’arte, i cocci rotti diventano bellezza da esibire.
Ogni oggetto si trasforma in un vero e proprio pezzo da collezione unico nel suo genere, grazie alla diversità delle crepe che vi si formano, come diverse sono anche le ferite che nascono dentro di noi.

La tecnica del kintsugi nasce intorno al XV secolo, quando uno shogun, dopo aver rotto la propria tazza di tè preferita, decise di mandarla in Cina per farla riparare, ma il risultato non soddisfò le sue aspettative visto che, a quel tempo, le riparazioni avvenivano con rozze legature metalliche antiestetiche e poco funzionali.
Ostinato, decise per un ultimo tentativo affidando la riparazione della sua amata tazzina ad alcuni artigiani giapponesi, i quali, onorati di aver ricevuto una commissione da parte dell’imperatore, decisero di provare a trasformarla in un gioiello prezioso, riempiendo le crepe con resina laccata e polvere d’oro.
Il risultato fu talmente bello e sorprendente che tutti iniziarono a far aggiustare il proprio vasellame con questa tecnica particolare, al punto da farla diventare una pratica comune.

Ciò che rende straordinaria l’arte del kintsugi, però, non è tanto la sua essenza in sé, quanto, invece, la filosofia su cui si basa, ossia, che la vita non è fatta soltanto d’integrità, ma anche di rottura.
E anche quest’ultima, in quanto tale, va accolta esattamente allo stesso modo dell’integrità, come se fosse anch’essa una conquista.

I giapponesi, con questa pratica, si rifanno a quello che è il concetto di resilienza, secondo il quale da una rottura può nascere una nuova interezza.

La rottura di un qualcosa, infatti, non ne rappresenta per forza la fine, ma a volte, corrisponde semplicemente a un nuovo inizio.
Ed è proprio per questo che non bisogna arrendersi, ma continuare a resistere fin quando si ha forza, fin quando si ha la speranza, perché nel cercare di riparare qualcosa ci si guadagna sempre.

E il kintsugi è proprio questo.
È resilienza.
È il coraggio di salvare ciò che, in genere, butteresti via.
È la magia di piegare ma non spezzare, di ricostruire anche dove non c’è più speranza, di abbracciare il dolore.
È la bellezza che si nasconde dietro le crepe, perché, senza di esse, questa pratica nemmeno esisterebbe.
È un’arte vera e propria, visto che solo essa può trasformare il dolore in bellezza.
È la dimostrazione che il potere del cambiamento risiede in te, nel tuo cuore, nelle tue mani, ed è così meravigliosamente potente che proprio non puoi buttarlo via.

Il kintsugi è una delicata quanto potente lezione da cui si dovrebbe trarre esempio ogni giorno.

Ti fa capire che spetta solo a te scegliere a quale dolore vuoi appartenere, se a quello che ti distrugge o a quello che, invece, può cambiarti la vita.
Spetta solo a te decidere se restare spezzato, o ricomporti facendo delle ferite il tuo tesoro più prezioso.
E non importa in quanti pezzi ti romperai, in quante piccole parti sentirai di sgretolarti, quante volte cadrai o quante ti sentirai afflitto, tu potrai sempre e comunque rialzarti e splendere della tua luce più bella perché il dolore può piegarti anche fino al limite più estremo, ma non ti spezza mai davvero, fino a quando non glielo permetti tu.
 

 

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