A chi serve il mio cuore?

di Martina Casentini

Donazione organi: le storie di due bambini.

Il diario di Federica.

“Mi chiamo Federica e oggi ho ventitré anni, un cuore che batte alcune volte troppo forte e studio, corro, sorrido. La prima volta che fui invitata a passare un pomeriggio in piscina avevo dodici anni e rifiutai inventando scuse, nascondendo il desiderio di andare, non rivelando l’unica ragione: la cicatrice che avevo sul cuore.

All’età di cinque anni dissero ai miei genitori che ero nata con un difetto al cuore, mamma e papà lo descrivevano come un buchetto da tappare con un’operazione che mi avrebbe permesso di vivere una vita normale. E così è stato.
Oggi vivo una vita normale e, con il tempo, ho imparato a non vergognarmi più delle mie cicatrici.

Dei giorni trascorsi in ospedale ricordo ben poco: potrei raccontare tutto come se fosse passato in un’unica ora anche se è stato molto di più. Ricordo la tortura di non poter bere dopo l’anestesia, ricordo le facce di mamma e papà sopra il mio letto, ricordo nonna che mi portava i ghiaccioli al limone con lo stecco di liquirizia e, infine, ricordo il mio compagno di stanza.
Era anche lui un bambino, poco più grande di me, ma con un cuore ridotto parecchio peggio. Ricordo i suoi capelli neri e i capelli neri della madre vicina al suo letto.

Ricordo che quel bambino aspettava un cuore nuovo.

A lungo mi son chiesta cosa avessi mai potuto farci col mio cuore per arrivare a distruggerlo così, in quei pochi anni, tanto da doverlo aggiustare; ma ancor di più mi son chiesta cosa avesse mai potuto farci lui, con quel piccolo cuoricino, per non poterlo nemmeno più riparare.

Chissà quanto amore si può dare in quei pochi anni e quante lacrime si possono versare per arrivare a tanto.

Non ho mai saputo più niente di quel bambino.

Oggi, all’età di ventitré anni, lo ricordo come se fosse ieri.
Oggi, all’età di ventitré anni, faccio parte di quel gruppo di persone che, giunte al termine della propria vita, sceglie di lasciare a qualcun altro i suoi organi ancora funzionanti.

Oggi, sono una futura donatrice, perché voglio dare la seconda possibilità che ho avuto io anche a qualcun altro.”

 

Il diario di Simone.

“Mi chiamo Simone e oggi ho ventisei anni, anche se la mia infanzia è durata molto di più di quella degli altri.

All’età di cinque anni dissero ai miei genitori che il mio cuore si stava sgretolando ogni giorno di più e che non si poteva aggiustare. I miei genitori in lacrime davanti a quel dottore li ricorderò per sempre mentre io, in mezzo a loro due, da perfetto bambino di cinque anni chiesi: Perché?

Che poi, perché cosa?

Cosa volevo sapere esattamente, non lo so.

Perché non si poteva aggiustare come il vaso che avevo rotto il mese scorso?

Perché così presto?

Cosa avevo fatto di sbagliato?

Perché proprio io?

A scuola non facevo più educazione fisica mentre i miei compagni mi invidiavano: correre non piaceva a nessuno. E io non ho mai saputo cosa si prova a farlo per davvero.

All’età di sette anni e mezzo smisi definitivamente di andare a scuola: avevo da poco imparato quasi tutte le tabelline e l’alfabeto, ma sapevo bene anche come sono le sale d’aspetto di una marea di ospedali. Quell’anno mi sentii male di brutto, stetti un mese in ospedale e accanto al mio letto c’era una bambina: ricordo benissimo i suoi capelli biondi e i capelli biondi della madre. Ammetto che l’ho invidiata tanto: a lei il cuore l’avevano aggiustato.

Mamma mi insegnò le altre tabelline che mi mancavano e le parole più belle che le venivano in mente, mentre aspettavamo un nuovo cuore. Tra tutte quelle parole, quella che mi piaceva di più era proprio cuore: era una parola che sapeva racchiudere, era una parola che sapeva aprire.
Era una parola che mi sarebbe piaciuto tanto poter possedere.
Mamma diceva che ero il suo, di cuore, ma che non c’era nessun modo di donarmelo perché erano troppo diversi.

A otto anni e qualche mese compresi che per vivere io sarebbe prima dovuto morire qualcun altro. Ricordo che una volta corremmo in ospedale dopo una chiamata: forse era il giorno giusto. Io dissi a papà che non volevo uccidere nessuno e lui mi spiegò che la persona in questione era già morta, solo che il suo cuore funzionava ancora. Mentre parlavamo mamma tornò piangendo: avevano detto di no.

Volevano che quel cuore morisse per sempre.

Volevano che quel cuore finisse sotto terra.

Hanno preferito questo, piuttosto che aiutarmi.

Perché?

Ma, di nuovo, perché cosa?

Probabilmente ho sempre e solo voluto sapere perché nessuno mi ha mai voluto salvare.

 Da quando avevo dieci anni la mia vita si è fermata su un letto: ho smesso di fare tutto, quasi quasi anche di respirare. È stato cosi per due anni e mezzo, finché un giorno dopo una chiamata sono finito in sala operatoria e ho ricominciato a respirare, a vivere e a correre, anche se stando attento.

Ero diventato un bambino normale.

Non avevo più dieci anni, ne avevo ormai tredici quando ripresi la mia vita e grazie alla scuola fatta in casa di mamma potei andare in una classe più vicina alla mia età.

Oggi ho ventisei anni, sono un futuro donatore e studio medicina.

Se mai un giorno dovessi essere padre, mio figlio avrà il nome della persona che mi ha salvato la vita.”


E tu, sai a chi può servire il tuo cuore?

 

Il racconto è ispirato a una storia vera.
La persona che mi ha raccontato questa storia lo ha fatto per farci pensare a quanto, veramente, un cuore vale.
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