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Siamo tutti critici d’arte (?)

Tre ragazzi e un Black&Decker: un semplice scherzo che ha portato il mondo dell’arte a fare un passo indietro.

Raccontiamo una storia differente. Di come, per una volta, coloro che hanno il funesto ruolo di giudicare un’opera d’arte si siano inesorabilmente sbagliati, cadendo nell’inevitabile visione di incompetenza ed ignoranza.

Sbarchiamo quindi a Livorno, precisamente nel 1984, anno in cui la città celebra il centenario della nascita di un grande artista del XX secolo, l’intramontabile Amedeo Modigliani.

Pittore e scultore dalle linee inconfondibili, il suo rapporto di amore-odio con la città natale fu spunto di interesse per molti studiosi. Una leggenda racconta che il buon Modì, prima di recarsi a Parigi, dove avrebbe passato gli ultimi anni della sua vita, avesse gettato nel Fosso Reale alcune delle sue sculture.

Questa diceria portò i fratelli Dario e Viola Durbè, direttori rispettivamente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e del livornese Museo Progressivo d’Arte Contemporanea di Villa Maria, a voler realizzare proprio in quest’ultima sede una mostra dedicata al maestro. Spinti dal mito, finanziarono i lavori di dragaggio, che durarono per tutto il mese di luglio, senza però ottenere risultati.

Fu allora che qualcuno decise di dare uno scopo a quella che sembrava una vana ricerca: Pietro Luridiana, Michele Ghelarducci e Pierfrancesco Ferrucci si munirono di martello e trapano elettrico, dando vita ad una scultura simile in tutto e per tutto ad un autentico Modigliani, gettandola poi nel Fosso Mediceo.

Il loro scopo era puramente scherzoso, una beffa che si sarebbe dovuta risolvere con una fragorosa risata. Ma quando il 24 luglio emerse dal fango una testa che non era quella dei tre giovani, le cose cominciarono a farsi interessanti.

Subito si gridò alla meraviglia, molti critici affermarono con certezza l’autenticità del pezzo, e la situazione andò progredendo con la scoperta di altre due teste in pietra, di cui una opera dei tre ragazzi. In pochi azzardarono a negare che le tre sculture fossero dei falsi, il popolo esultava entusiasta, pertanto la mostra si fece e portò Livorno a fama internazionale.

Ma fu un idillio che durò poco. Nel settembre dello stesso anno, infatti, i tre compagni si fecero coraggio, ammettendo la burla e giustificandosi con il pubblico. Poco tempo dopo si scoprì che anche gli altri due volti erano dei falsi realizzati da un certo Angelo Froglia, il quale voleva ottenere una sorta di rivalsa nei confronti dei critici che si ritenevano tali, dimostrando al mondo come in alcuni casi la figura dello storico dell’arte fosse stata totalmente svalutata nel tempo a causa della mancanza di competenza di quei pochi che affrontano con sufficienza e scarsa professionalità il loro lavoro.

E c’è chi si permette di parlare di “disciplina inutile ed insensata”, quando a ridurre l’arte ad una misera nicchia nell’immenso mondo umanistico sono state proprio le stesse persone che non ne hanno mai capito l’importanza.

Citando il cantante Caparezza nella sua “Teste di Modì”, dove si parla proprio di tale cronaca:
“…questi fissano una pietra ed hanno la Stendhal!
Ma che razza di sibille, parlate troppo presto e siete senza pupille,
come i volti del maestro”
.

E i laureati in tuttologia, muti.

Ilaria Aversa

Vedi anche: Il mio miglior nemico: la rivalità nel mondo dell’arte

Ilaria Aversa

Classe 1996, Ilaria Aversa nasce a Sorrento in un lunedì di giugno. Fortemente convinta che la pasta sia il suo unico credo, si è laureata in Storia dell'Arte, dimostrando di sapersi concentrare ed impegnare seriamente, ogni tanto. Ama prendersi poco sul serio, infatti la sua massima più ricorrente è "Almeno sono simpatica". O, almeno, lo spera.
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