Tra viltà e coraggio

di Francesca Caianiello

Al sentir nominare Cesare Pavese ciò che risuona nella mente di tutti è qualcosa di simile ad: “ah, quello che si è suicidato”.

Vorrei che venisse analizzato questo suicidio, questo atto di coraggio e non di viltà.

Cesare Pavese dopo una gioventù dedicata alla poesia, capì da subito che il verso non era abbastanza per esprimere tutte le sue impressioni e le sue emozioni. Se analizziamo poi che visse la sua gioventù nell’epoca dell’ermetismo dominante di Ungaretti, notiamo subito come anche la poesia di Pavese sia totalmente controcorrente, dai versi lunghi, tendenti alla prosa. Da lì la svolta, l’inizio della stesura di romanzi, che mantenevano evidente però l’elemento lirico. Non ebbe un successo immediato e nemmeno fu un uomo di cui si parlò ampiamente, ciononostante nel 1950 vinse l’ambito premio Strega. Il successo pubblico, con annessi risvolti mondani, diede a Pavese una sensazione di forza e di raggiunta maturità. A ciò si opponeva però la delusione radicale per la percezione dell’insuperabile falsità dei rapporti umani, la convinzione di non partecipare effettivamente a nulla di ciò che era estraneo al suo io.

L’idea del suicidio aveva sfiorato Pavese sin dall’adolescenza, come soluzione, uscita dalle insopportabili contraddizioni dell’esistenza, ultima costruzione di sé in un gesto definitivo e assoluto. Pavese non aveva solo scritto libri, aveva scritto una vita. Lui stesso nella sua lettera di addio aveva raccontato come una candela non potesse essere bruciata ambo le parti e di come la sua candela avesse ormai come cenere i libri da lui scritti.

Pavese si era liberato della solitudine accettandola nella sua poesia, raccontandola: quando non ebbe più da raccontare la solitudine, fu proprio la solitudine pratica e materiale che lo riprese ed egli non seppe più agire diversamente. Neanche l’aver vinto il premio Strega aveva risollevato l’animo del giovane Pavese, del Pavese quarantaduenne che si sentiva ormai fuori luogo in ogni dove, poiché la sua fede poetica non trovava consenso presso gli ambienti degli intellettuali comunisti.

Nessuno ebbe mai così coraggiosa e disperata coscienza di non avere più nulla da dire, non avendo più nulla da vivere. Pavese era un uomo che adoperava le parole per comprendere e rappresentare concretamente la scontrosa e difficile vita che gli era stata affidata.

Egli pose così fine alla sua vita con un atto di coraggio, atto che ormai è diventato il suo carattere distintivo, essendo bollato dalla critica come l’autore che pose fine alla sua vita con un gesto vile come il suicidio. Eppure, credo sia più importante riflettere sulla forza del poeta e dell’uomo, forza che non porta per un gesto di viltà a mettere fine ai propri mali per sempre. Pavese non tentenna davanti al “nulla” che segue la morte. Pavese sceglie di diventare un tutt’uno con quel “nulla”, proprio perché nessun luogo era ormai adeguato, ospitale, per lui. Abbraccia il nulla in cui sente di essere sprofondato, lascia attorno a sé – nella camera d’albergo – pochi scritti, dal suo diario, dalle sue opere preferite, e una richiesta: non fare troppi pettegolezzi.

L’impossibilità di trovare una soluzione sfocia nell’ultimo disperato gesto di Pavese.

La sua sfida è tragicamente perduta in un albergo di Torino, ma è combattuta sulla pagina fino in fondo, lasciandoci una delle più belle testimonianze di disagio intellettuale e di dolorosa eticità culturale che la letteratura del dopoguerra abbia prodotto.

Cesare Pavese lasciò questa vita la notte tra il 26 e il 27 agosto del 1950. Con lui si chiudeva la parentesi dell’intellettuale completamente cosciente dei disagi e dei problemi della condizione umana, che aveva ricercato infinite strade che conducessero ad una soluzione. Una soluzione però inesistente, da qui la scelta di essere conforme al nulla. La decisione di lasciarsi andare in quel niente della morte che avrebbe posto fine a tutte le contraddizioni che avevano riempito la sua vita.

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