La nobiltà dei dialetti: mai chiamarli figliastri dell’italiano

di Antonio Alaia 

Sapevi che i dialetti regionali non sono altro che varianti locali del latino volgare?
Sapevi che, quindi, i dialetti sono sistemi linguistici direttamente discendenti dal latino e non deformazioni della lingua italiana?
Troppo spesso i dialetti locali vengono considerati alternative semplici e poco raffinate dell’italiano corretto (o standard), come se fossero storpiamenti volgari di quest’ultimo.
Spesso ci chiediamo DA QUALE PAROLA ITALIANA derivi un termine che utilizziamo solitamente in dialetto.
Niente di più sbagliato. Ricordiamo, invece, che i dialetti provengono direttamente dal latino e che quindi anche lo stesso italiano è derivato dalla sofisticazione di un dialetto: nel suo caso, il fiorentino trecentesco.
Di conseguenza, l’etimologia e la semantica dei termini dialettali, anche per i più opachi, sono da ricercare nella lingua latina e nelle altre che hanno influenzato la cultura di un luogo.
Ad esempio, sono famosi i numerosi casi di neologismi nati nella seconda metà del ‘900, in seguito allo sbarco degli alleati americani: è il caso di sechenenza, oggetto di poco valore, che nasce da second hand, di seconda mano e sciuscià, lustrascarpe, che deriva dal corrispettivo americano shoe-shine, entrambe parole entrate nel vocabolario napoletano.

A favore della salvaguardia dei dialetti italiani , della loro dignità e dello studio della dialettologia, si sono schierati in più occasioni diversi letterati e studiosi: da Pier Paolo Pasolini con il suo “Discorso sui dialetti”, al contemporaneo prof. Nicola De Blasi che a Napoli, all’università Federico II, ha istituito il corso di Dialettologia.

La tradizione vernacolare, soprattutto quella italiana, ha origini antichissime: coincide con l’affermazione del latino volgare, quindi parliamo di un periodo lontano almeno 1500 anni, ed è sempre stata caratterizzata da una peculiare varietà linguistica e storica.
Oggi i dialetti italiani, seguendo il modello di Francesco Sabatini e la sua mappa “L’Italiano: dalla letteratura alla nazione”, vengono suddivisi in questo modo: dialetti settentrionali, dialetti centromeridionali, dialetti gallo-italici, dialetti veneti, dialetti toscani, dialetti corsi, dialetti meridiani, dialetti alto-meridionali e dialetti meridionali estremi.

La varietà di tali sistemi linguistici è da ricercare nella tumultuosa storia socio-politica che ha caratterizzato l’Italia dall’Alto Medioevo ad oggi, con le sue determinanti influenze subite da altre popolazioni come i Germani, gli Arabi, i Greci, i Bizantini e i provenzali.
È importante ricordare che nel Rinascimento, gli Umanisti riscoprirono il latino e lo utilizzarono come lingua prediletta per la formazione di neologismi in uso ancora oggi.
Nonostante l’utilizzo dei dialetti, in determinati casi, sia ancora motivo di censura sociale, oggi la salvaguardia di tali patrimoni è garantita da vari fattori che vanno dagli studi accademici all’arte vernacolare, forma espressiva che non conoscerà mai età e crisi.

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