L’amichevole Spiderman di quartiere

di Maria Cristiana Grimaldi

Creato da Stan Lee e dal disegnatore Steve Ditko nel 1962, “Spiderman”, in Italia, è uno dei supereroi più conosciuti di sempre della storica casa editrice americana Marvel Comics.

Portato sullo schermo per la prima volta dal regista Sam Raimi nel 2002, dopo che la Sony ne acquistò i diritti, il volto dell’eroe fu quello di Tobey Maguire anche per i successivi due film che composero la prima trilogia del personaggio. Il secondo regista che, nel 2012, provò a far vivere “The Amazing Spiderman” fu Marc Webb e questa volta Peter Parker fu affidato alle fattezze di Andrew Garfield. Due soltanto sono state le pellicole di questa saga.

A questo punto ci chiediamo: era davvero necessario un ulteriore reboot di Spiderman?
Certo, necessario e logico se pensiamo che finalmente casa Sony ha messo da parte la sua mania di controllo sul personaggio che non permetteva al povero Ragno di entrare a contatto con gli altri eroi dei Marvel Studios. Dalla collaborazione tra le due è nato quello che secondo me è il “ragazzo” ragno più adatto ai tempi che corrono e all’universo in cui si inserisce, non il migliore in assoluto ma quello idoneo a rispecchiare il presente, incentrandosi sul mondo adolescenziale che è sempre stato lo spazio caratteristico di questa testata fumettistica e poi cinematografica.
Ogni Spiderman che c’è stato ha rispettato il proprio tempo. Ora c’è bisogno di questo Peter ed è così che nel nuovo film “Spiderman- Homecoming”, diretto da Jon Watts, abbiamo una versione del personaggio completamente diversa dalle due precedenti trasposizioni. Peter Parker, ben interpretato dal giovane Tom Holland, ha finalmente le sembianze di un ragazzino di quindici anni, un liceale che affronta problemi scolastici e sociali, tra amicizie, primi amori, nuove tecnologie e social media. Il ricreato contesto multietnico del Queens ne avvalora il tratto realistico rendendolo più concreto, più moderno.

Ovviamente “la novità” ha portato anche stravolgimenti rispetto al passato che hanno sollevato molte critiche: i principali?
– Zia May è una giovane strafiga che capisce gli adolescenti, rispetto alla ben consolidata versione canuta dei fumetti.
– Non hanno mostrato come Peter acquista i poteri e come impara a usarli ma solo raccontato superficialmente.
– Non c’è un minimo accenno allo zio Ben, uno dei personaggi più importanti nella formazione del ragazzo, in un certo senso qui sostituito dalla presenza di Tony Stark che funge, suo malgrado, da guida paterna.

Trovo tutte queste scelte “sensate”, innanzitutto per una questione di innovazione che non vuole riproporre il solito schema. In questo particolare caso si tratta di un “homecoming”, appunto “un ritorno a casa” dopo gli eventi della guerra civile, non un film sulla nascita.

Inoltre non è detto che in futuro non saranno mostrate le origini e ciò, a mio avviso, crea molta più curiosità.
Questo è un personaggio in crescita, che spazia da un film all’altro, non certo statico e destinato a soccombere nella morsa della trilogia che deve per forza mostrare tutto prima di concludersi.
Reduce dall’incontro/scontro con gli Avengers, Peter torna nel Queens. Ricomincia, senza voglia, la sua vita da liceale ma con la testa immersa ancora nella precedente esperienza e costantemente in attesa di essere richiamato per vivere nuove avventure e poter usufruire liberamente e pienamente dei suoi poteri accanto ad Iron Man. Non ricevendo alcuna chiamata, cerca da solo di affrontare e sventare diversi colpi e si imbatterà nel nuovo villain dell’universo Marvel, l’Avvoltoio, interpretato da un cattivissimo Michael Keaton.
Trovo un po’ banale la scelta di farlo padre della ragazza che piace a Peter adottando il classico schema delle commedie plautine ma in generale il personaggio funziona bene e l’interpretazione di Keaton è impeccabile.

Non mi ha convinto il villain minore del film, Shocker, il cui ruolo rimbalza tra due complici di Toomes diventando davvero dimenticabile.

Per quanto riguarda la scelta dei costumi mi viene in mente zio Ben e la sua nota citazione ma modificata, per cui “Da grandi costumi derivano grandi responsabilità”, in pratica non è il costume che fa il super eroe ma se non altro aiuta molto.
Il primo costume di Peter, artigianale, è comprensibile se pensiamo che è difficile che un ragazzino abbia abilità sartoriali degne di nota, quindi ci sta. Il secondo, creato da Tony Stark, ricalca in chiave moderna il costume classico per l’aspetto ma è un concentrato di supertecnologie. Il terzo, sempre opera del miliardario playboy filantropo, sarà indossato da Peter presumibilmente durante Infinity War e ricorda vagamente le fattezze dell’Iron Spider.
Molteplici i richiami ai fumetti e ai film precedenti: dalla ragazzina bionda col frontino nero che ricorda molto una giovane Gwen Stacy, storico e sfortunato amore di Peter (inserita nel primo reboot), a Michelle, una compagna che si fa chiamare “MJ” soprannome famoso di Mary Jane Watson, altra fiamma importante del giovane Parker (che troviamo nella prima trilogia).
Il cammeo più bello è stato quello di Stan Lee, come al solito.

Per la colonna sonora Michael Giacchino ha arrangiato il tema musicale della serie cult animata degli anni ’60, emozionando tutti i fans.
In linea generale il film non è un capolavoro come del resto non lo sono gli altri film dell’universo Marvel ma non ha pretese, vuole essere leggero e godibile. Credo che sia riuscito nello scopo se pensiamo che è davvero difficile conciliare realtà fumettistica, passato cinematografico e credibilità.

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