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La BRAU: quando i libri abitano tra gli angeli di stucco   

C’è un luogo a Napoli dove il sapere universitario convive con quattro secoli di storia monastica, dove le monache di clausura hanno lasciato il posto agli studenti di lettere e filosofia, e dove i volumi di filologia classica riposano sotto affreschi barocchi di straordinaria bellezza.

È la BRAU — la Biblioteca di Ricerca Area Umanistica dell’Università degli Studi di Napoli Federico II — affacciata su Piazza Bellini, uno degli angoli più suggestivi del centro storico partenopeo.

Non si tratta semplicemente di una biblioteca collocata in un bel palazzo antico. La BRAU è il frutto di una stratificazione storica lunga cinque secoli, in cui si intrecciano la vita religiosa delle clarisse, i terremoti del Seicento, l’urbanistica vicereale, la soppressione napoleonica dei conventi, le lunghe trattative universitarie del Novecento e, infine, un restauro delicato e appassionato che ha restituito alla città un edificio di rara bellezza. Conoscerne la storia significa capire qualcosa di più di Napoli stessa.

Il quartiere: Port’Alba e la vocazione libraria di Piazza Bellini

Prima ancora di entrare nella biblioteca, vale la pena sostare un momento fuori, in Piazza Bellini. La piazza è uno dei nodi culturali più vivaci del centro storico di Napoli: al centro campeggia dal 1886 la statua del compositore Vincenzo Bellini, che ebbe con questa zona un legame profondo grazie al vicino Conservatorio di San Pietro a Majella. Tutt’intorno, tavolini di bar, studenti con i libri in mano, il brusio di una città che pensa ad alta voce.

La piazza si trova all’uscita di Port’Alba, l’antica porta delle mura angioine aperta nel 1625 per volere di Don Antonio Álvarez de Toledo, duca d’Alba e viceré spagnolo di Napoli — da cui il nome. La storia vuole che il passaggio nacque addirittura da un gesto di ribellione: i napoletani, stanchi dei percorsi obbligati tra il largo del Mercatello (oggi Piazza Dante) e il centro antico, avevano semplicemente demolito una porzione delle mura difensive per crearsi un accesso più comodo. Un buco abusivo nelle mura — quelle stesse mura che avevano resistito ad Alfonso d’Aragona e a Belisario — aperto da commercianti anonimi e instancabili. Il viceré decise saggiamente di regolarizzarlo.

Nei secoli successivi, lungo il vicolo che da Piazza Dante conduce a Piazza Bellini, si concentrò una delle più dense comunità librarie d’Italia. Librai, editori, cartolerie e bancarelle di libri usati popolano ancora oggi quell’asse pedonale, anche se la pressione del turismo e la crisi dell’editoria hanno ridotto un paesaggio che fu gloriosamente affollato di cultura. La Libreria Guida, dichiarata bene culturale dello Stato nel 1983 per la sua attività editoriale, era diventata cenacolo di intellettuali liberali: un luogo in cui si pubblicavano volumi messi all’indice come La libertà di Stuart Mill e Il Capitale di Marx.

È in questo contesto — una città in cui i libri sono da sempre parte del paesaggio urbano, dove si compravano sui marciapiedi e si discuteva per strada — che nasce, nel 2009, la BRAU. Una biblioteca universitaria che non si è inserita in un quartiere neutro, ma in uno dei luoghi più carichi di significato intellettuale della città.   

Le origini: un monastero tra i palazzi nobiliari (1564)

La storia della BRAU comincia molto prima che esistesse l’idea stessa di una biblioteca universitaria. Siamo nella seconda metà del Cinquecento, e una suora francescana di nome Paola Cappellani ottiene il permesso di aggregare una serie di case nobiliari per fondare un monastero dedicato a Sant’Antonio di Padova. Il luogo scelto è strategico: a ridosso delle antiche mura della città, in una zona frequentata da palazzi aristocratici, tra cui quelli di Onorato Gaetani, conte di Fondi, e di Scipione Pandone, conte di Venafro.

Il complesso nasce così, per stratificazione: non come progetto unitario, ma come assemblaggio progressivo di strutture preesistenti. Attorno a un chiostro di forma trapezoidale — costruito con pilastri in tufo e basi di piperno, materiali in parte recuperati da una struttura porticata precedente — si organizzano le celle, i locali collettivi e la chiesa, consacrata nel 1579. L’edificio porta ancora nei suoi muri i segni di questa origine composita: cornici di finestre in tufo lavorate, visibili sulle facciate verso il Palazzo Conca e verso il monastero della Sapienza, testimoniano la coesistenza di strati costruttivi diversi.

Poi arriva l’ampliamento più decisivo. Nel 1637 le monache acquistano il vicino Palazzo dei Principi di Conca, un edificio quattrocentesco di grande pregio che affacciava sulla stessa area. L’operazione è approvata dal Tribunale della Fortificazione nel 1658, e l’intero isolato viene ricucito in un complesso monastico unitario. Ma l’inglobamento del palazzo comporta una conseguenza vistosa: la chiusura della facciata originaria del convento. Ancora oggi, chi osserva attentamente la muratura può scorgere i resti dell’antico portale d’ingresso, murato e silenziato dalla storia, come una firma lasciata da chi costruì il primo nucleo di questo luogo straordinario.   

Il barocco di Arcangelo Guglielmelli (1684–1700)

La natura, si sa, non risparmia Napoli. I terremoti del 1688 e del 1694 devastano il Palazzo Conca e danneggiano gravemente l’intero complesso conventuale. Le monache prendono una decisione coraggiosa: non restaurare il vecchio, ma rinnovare radicalmente. Demoliscono le strutture lesionate e decidono di costruire, su progetto di Arcangelo Guglielmelli, un nuovo grande chiostro. I lavori trasformano il complesso in qualcosa di diverso da ciò che era stato fino ad allora.

Guglielmelli era uno degli architetti più raffinati del barocco napoletano, e nella chiesa di Sant’Antoniello lasciò uno dei suoi lavori più compiuti. La navata unica, la cupola che diffonde una luce uniforme, le cappelle laterali appena accennate ai lati — tutto questo crea uno spazio raccolto e solenne che il maestro rivestì di una decorazione in stucco bianco di straordinaria qualità: angeli, festoni, motivi vegetali e geometrici che sembrano galleggiare sulle pareti con una leggerezza quasi aerea. L’altare fu realizzato in commessa marmorea con inserti di madreperla. La luce entra uniforme dai finestroni della navata e della cupola, mettendo in risalto ogni dettaglio dell’ornato.

Fra i tesori pittorici che abitarono la chiesa vi fu una Santa Cecilia in estasi di Bernardo Cavallino, oggi conservata al Museo di Capodimonte — uno dei più grandi pittori napoletani del Seicento, maestro di luci caravaggesche e atmosfere sospese. La sola presenza di quella tela testimonia il livello delle committenze e delle ambizioni culturali del convento.

I lavori di Guglielmelli si protrassero per tutto il Settecento, con il contributo di diversi altri architetti — Francesco Antonio Picchiatti, Giovan Battista Nauclerio, Giovanni Del Gaizo — ciascuno dei quali lasciò una traccia nei diversi ambienti. Nel 1766 viene aggiunta la cancellata con i pilastri in piperno, e il grande scalone a doppia rampa — che ancora oggi accoglie i visitatori con la sua solenne eleganza — assume la forma definitiva affacciandosi su quella che diventerà Piazza Bellini. Il complesso, nella pianta settecentesca del Duca di Noja, appare già nella sua configurazione moderna: due corpi distinti eppure comunicanti, il convento e il palazzo nobiliare, uniti sotto la stessa vocazione claustrale.     

Dalla clausura all’università (1808–1907)

La stagione napoleonica spazza via la vita monastica. Nel 1808 il convento viene soppresso, como decine di altri complessi religiosi nel Regno di Napoli, e le monache abbandonano per sempre i loro spazi. È la fine di una presenza ininterrotta che durava da quasi due secoli e mezzo.

L’edificio cambia destinazione più volte nel corso dell’Ottocento, come accade a molti conventi secolarizzati dell’epoca. Le stanze delle monache diventano uffici, depositi, appartamenti. Gli stucchi del Guglielmelli continuano a guardare dall’alto, indifferenti ai cambiamenti d’uso, testimoni muti di trasformazioni che non li riguardano.

Nel 1907 le sale del chiostro vengono trasformate per ospitare uffici e aule dell’Università di Napoli. È il primo incontro tra il sapere laico e questi spazi nati per la preghiera e la contemplazione — ma si tratta ancora di una presenza funzionale, provvisoria, non definitiva. L’edificio non ha ancora trovato la sua vocazione novecentesca.   

Il lungo cammino verso la biblioteca (1979–2009)

Per decenni, il sistema bibliotecario della Facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II rimane frammentato: una Biblioteca centrale di Facoltà da un lato — quella intitolata ad Adolfo Omodeo, storico e intellettuale antifascista che insegnò a Napoli — e una costellazione di piccole biblioteche degli Istituti scientifici dall’altro, ciascuna gestita in modo autonomo. Un modello che, per quanto radicato nella tradizione accademica italiana, comincia a mostrare i suoi limiti: duplicazione dei fondi, difficoltà d’accesso, dispersione delle risorse.

Il cambiamento inizia a maturare nell’ottobre del 1979, quando il Consiglio di Facoltà approva un progetto di ristrutturazione della sede universitaria di San Pietro Martire e si apre il dibattito sull’istituzione di una biblioteca centralizzata. L’idea è ambiziosa: integrare il patrimonio della Biblioteca centrale con i fondi librari degli Istituti, creando un polo unico di consultazione organizzato per materie, con sale di lettura distinte per aree disciplinari. Non più tante piccole biblioteche settoriali, ma un luogo unico in cui lo studente di letteratura latina potesse trovare, nello stesso spazio fisico, le riviste di filologia classica e le edizioni critiche dei testi.

Occorrono però ancora molti anni prima che il progetto trovi la sua sede ideale. Nel 1992 il complesso di Sant’Antoniello viene ceduto dal Comune all’Università di Napoli. Nel 1995 l’Ateneo sceglie definitivamente questo edificio come sede della nuova Biblioteca di Ricerca di Area Umanistica: non uno spazio vuoto da riempire di scaffali, ma un monumento vivente della città, con una storia plurisecolare ancora leggibile nelle sue mura.

Cominciano allora i lavori di restauro — delicati, complessi, necessariamente rispettosi di un edificio tutelato come bene culturale. Gli stucchi del Guglielmelli richiedono cure specialistiche. Le strutture murarie, che portano i segni dei terremoti e dei secoli, devono essere consolidate senza snaturare la materia storica. Gli ambienti devono essere adattati alla funzione bibliotecaria — impiantistica, illuminazione, scaffalature — senza cancellare la bellezza originaria.

Nel 2008, con i cantieri ormai conclusi, inizia il trasferimento fisico dei libri: oltre 200.000 volumi dalla Biblioteca centralizzata “Adolfo Omodeo” della Facoltà di Lettere e Filosofia, più circa 3.000 testate di periodici dalla Biblioteca della Facoltà di Scienze Politiche. Un’operazione imponente, a cui partecipano attivamente anche studenti e tirocinanti — una di quelle esperienze di cantiere intellettuale collettivo che si ricordano per anni. Il 26 gennaio 2009 la BRAU apre ufficialmente al pubblico.   

La biblioteca oggi: un patrimonio tra storia e modernità

Oggi la BRAU è una delle biblioteche universitarie più ricche e suggestive del Mezzogiorno. Il suo patrimonio ammonta a circa 245.000 volumi a stampa e oltre 2.670 testate di periodici cartacei (per quasi 70.000 annate complessive), specializzati nelle discipline umanistiche: letterature antiche e moderne, filologia classica e moderna, filosofia, storia, scienze sociali, arte e archeologia.

La biblioteca è organizzata a scaffale aperto, il che significa che l’utente può muoversi liberamente tra i volumi, sfogliare, confrontare, scoprire per caso libri che non stava cercando — quel tipo di serendipità intellettuale che la consultazione digitale non riesce ancora del tutto a replicare. Gli spazi sono distribuiti tra i due corpi del complesso secondo un criterio tematico: nel Palazzo Conca trovano posto delle sezioni di Generalità, Religione, Filosofia, Lingue e Letterature classiche e Scienze Sociali; nel corpo principale di Sant’Antoniello si collocano invece i Periodici, le Lingue e le Letterature moderne, la Storia, l’Arte e l’Archeologia.

A completare il sistema c’è un Nucleo Bibliotecario di Geografia, accessibile da via Rodinò, presso la sede del Dipartimento di Scienze Politiche. E per la ricerca bibliografica integrata, la BRAU partecipa alla piattaforma SHARE Discovery, che collega i cataloghi di diversi atenei campani e meridionali — Federico II, Orientale, Parthenope, Suor Orsola Benincasa, Vanvitelli, Salerno, Sannio e Basilicata — creando un ecosistema condiviso di risorse accademiche.

Con il Decreto Rettorale n. 569 del 14 febbraio 2013, la BRAU è stata formalmente riconosciuta come Biblioteca di Area di riferimento per il Dipartimento di Studi Umanistici, consolidando il suo ruolo istituzionale all’interno del Sistema Bibliotecario di Ateneo. I servizi offerti sono quelli di una biblioteca di ricerca moderna: prestito interbibliotecario, document delivery, assistenza alle ricerche bibliografiche, supporto per la citazione e la redazione delle tesi, corsi di information literacy per gli utenti.   

La BRAU come polo culturale vivo

Ma la BRAU non è soltanto un deposito di libri accessibile su prenotazione. È diventata nel tempo uno dei luoghi di incontro intellettuale più attivi della città, ospitando nella sua Sala Convegni seminari, cicli di conferenze e iniziative culturali che coinvolgono studiosi da tutta Italia e dall’estero.

Un esempio particolarmente significativo è la collaborazione con il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi “Marcello Gigante” (CISPE), che utilizza regolarmente la Sala Convegni della BRAU per i suoi seminari di ricerca. I Papiri Ercolanesi sono uno dei più straordinari tesori della filologia mondiale: si tratta di rotoli di papiro carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., recuperati nel Settecento dalla Villa dei Pisoni ad Ercolano, che conservano opere di filosofia epicurea altrimenti perdute. Studiare questi testi dalla biblioteca di Piazza Bellini, a pochi chilometri dal sito del loro ritrovamento, con gli stucchi barocchi a fare da cornice, è un’esperienza che dice qualcosa di profondo sul modo in cui Napoli custodisce il suo rapporto con l’antico.

La biblioteca ospita anche il ciclo dei Seminari napoletani di Storia e numerose altre iniziative didattiche e divulgative. Non è raro che la BRAU diventi il luogo di presentazioni di volumi, giornate di studio, incontri aperti al pubblico — occasioni in cui il confine tra università e città si fa più permeabile, e lo spazio monastico secentesco torna a riempirsi di voci. 

Dalle mura antiche al sapere moderno: una storia da calpestare

Ma ridurre la BRAU a una somma di volumi e periodici, o anche soltanto a un programma di eventi culturali, sarebbe ancora riduttivo. Chi entra dalla scalinata di Piazza Bellini non accede semplicemente a una biblioteca: attraversa cinque secoli di storia napoletana in forma fisica, tangibile, respirabile.

Una stratificazione che si palesa agli occhi del visitatore già nel cuore dell’edificio: nel pavimento del chiostro della BRAU, infatti, ampie vetrate consentono di ammirare da vicino le antiche mura che un tempo cingevano la città, integrando l’archeologia nel vissuto quotidiano degli studenti. Il chiostro trapezoidale, i pilastri di tufo, le cornici delle finestre lavorate — tutto questo preesiste alla biblioteca e continuerà a esistere dopo di essa, ma la biblioteca gli dà un senso nuovo, una funzione che non tradisce la vocazione originaria di questo luogo: la cura della parola, la pazienza del pensiero, il lavoro lento e necessario della comprensione.

La BRAU è, in questo senso, una metafora perfetta dell’Università Federico II: un’istituzione che porta nel suo stesso corpo la stratificazione del tempo, dove il passato non viene cancellato ma riletto, trasformato, abitato di nuovo. Come nella citazione di Umberto Eco che campeggia sul sito della biblioteca — “L’universo (che altri chiama la biblioteca)” — quello di Piazza Bellini è un universo in cui ogni libro aggiunge un libro, ogni voce si somma alle voci precedenti, e la storia non finisce mai ma continua, pagina dopo pagina, sotto gli angeli di stucco del Seicento.

La Biblioteca di Area Umanistica si trova in Piazza Bellini, 56/57 – Napoli. L’accesso avviene su prenotazione tramite il portale Affluences. Per informazioni: biblioteche-unina.it/umanistica

Antonio Palumbo

Fonte immagine: archivio personale

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Antonio Palumbo

Antonio Palumbo, classe 1999, è dottore in Lettere Moderne e attualmente completa la propria formazione con una magistrale in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Insegna Lingua e Letteratura Italiana in un istituto scolastico privato e, appassionato di lettura e di scrittura, dedica il suo tempo libero anche alla fotografia naturalistica e al collezionismo di libri e di monete antiche. Insegue il sogno di visitare il mondo e di scoprire tutto il fascino e la complessità delle diverse culture umane.
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