I capelli del fuoco
C’era una volta un bambino di sei o sette anni, aveva i capelli rossi e gli occhi chiari, a vederlo non sembrava del posto. Camminava lungo una stradina sterrata con il Monte Epomeo che, maestoso lo osservava.
Ogni tanto, passo dopo passo, spostava qualche ciottolo giocandoci con i piedi. Il cielo era sereno, il clima mite, tra la vegetazione si distinguevano dei piccoli fiori gialli. Enzo, così si chiamava quel simpatico bambino, si stava avviando verso la casa del nonno, Geppino, uomo d’altri tempi che sapeva raccontare delle storie ricche di suspense e meraviglia.
Arrivato dal nonno, Enzo bussó alla porta, Geppino stava preparando da mangiare. Si voltó di scatto e accolse il bambino con un timido sorriso. Era un uomo di poche parole, ma sempre pronto a raccontare della sua isola, di Serrara Fontana in particolare, paesino collinare dove era nato e cresciuto.
“Nonno sono venuto a magiare con te”, gli disse Enzo.
Geppino annuì, continuando a mescolare nel pentolone che ardeva sul fuoco.
“Vai a prendere un pó di legna fuori, altrimenti si spegne il fuoco”, tuonò il nonno.
Enzo non aspettó un secondo e si fiondó sul terrazzo della casa, dove era ammucchiata la legna da ardere. Mentre era chinato a raccogliere i bastoncini di legno, alzó gli occhi al cielo, era limpido, terso ed incredibilmente bello. Il sole non scottava, l’Epomeo era lì, sembrava quasi guardarlo, con quell’immensa distesa di vegetazione alle sue pendici.
Portó la legna al nonno, il focolare antico ardeva, la casa era inebriata dal profumo della pasta e fagioli che Geppino stava preparando.
Enzo osservava il nonno con ammirazione, guardava il suo andamento un pó oscillante, i suoi baffi bianchi, la coppola che portava sempre in testa, i jeans rattoppati e le mani consumate dalla fatica.
I due mangiarono nel silenzio della natura interrotto solo dallo schioppettìo del fuoco e dagli uccelli che cinguettavano nel cielo. A fine pranzo Geppino afferrò la mano di Enzo quasi a volerla accarezzare. Non era solito esternare emozioni ma col nipote si trasformava. Come il vento che piano piano corrode la cima aguzza di una montagna, così il suo cuore, con la nascita di Enzo si era addolcito. Enzuccio, sai che pasta e fagioli era il cibo preferito della nonna? Affermò rivolgendosi al bambino. Il piccolo Enzo rimase sorpreso da quell’affermazione, il nonno non parlava mai della nonna e ogni volta che gli chiedeva qualcosa il suo sguardo si incupiva.
La nonna era rossa come me, vero? In famiglia io sono l’unico ad avere i capelli di questo colore. Tutti mi guardano, tutti mi chiedono. Ma io sono solo un bambino.
Il nonno abbassó lo sguardo…
Dopo qualche istante si alzò e si avvicinò alla cristalliera dove erano sistemati i piatti e i bicchieri del servizio buono. In quella casa non c’erano foto. Enzo non aveva mai visto la nonna. Geppino aprì un cassetto cingolante dal quale prese una cornice e la consegnó al bambino. Era una signora, bella come il sole, coi capelli rossi e gli occhi chiari. Enzo sembrava suo figlio tant’era la somiglianza.
È lei? È la nonna vero?
Certo. Maria “a Ross”. Così la chiamavo. Rispose il nonno, evidentemente commosso.
Perché non hai sue foto in casa? Chiese Enzo, stringendo tra le mani quella foto.
L’ammor è stran… nun è ‘na pazziell. Maria era come la mela più bella di un albero. La sua pelle liscia, i suoi capelli, i suoi occhi, comm t’è spieg.
Improvvisamente Geppino diventò cupo. I suoi occhi sempre più piccoli…
Me l’hann accis, accussì, senza motiv. E ij so’ rimast sul.
Ma chi nonno? Cosa è successo?
Vedi Enzo, ti ho sempre detto di non salire lungo il sentiero che da qui porta al Monte Epomeo. E tu non l’hai mai fatto, vero? Se ti ho chiesto di farlo c’è un motivo. Nella pancia della montagna c’è un pozzo enorme e se solo provi a passare di là, il guardiano ti tira dentro e muori.
La nonna nun ‘o sapev ancor. Non era nata qui ad Ischia e certe cose si imparano col tempo. Quella è la casa di Tifeo, un mostro che non vuole che nessuno si avvicini a casa sua.
Nonno ma la nonna era brava, perché le ha fatto questo?
Perché Tifeo è cattivo, Enzo. Per questo ti dico di non avvicinarti mai a quel sentiero maledetto.
Io non posso perdere pure te.
Quando è morta la nonna una parte di me è andata via con lei. Poi sei arrivato tu. E no, no, nun t pozz perd’r.
I due si sciolsero in un pianto liberatorio. Chissà per quanto tempo Geppino aveva tenuto tutto dentro di sé.. Chissà quanta pena in quel cuore solitario. Fontana era stata abbandonata da molte persone, proprio a causa del terribile Tifeo.
Tutti avevano paura.
Altri con il tempo avevano imparato a conviverci.
A ciascuno il suo.
A ognuno il proprio spazio.
Gerardina Di Massa
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