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Oltre la cima: i Gorillaz e il viaggio emotivo di The Mountain

Il nuovo album dei Gorillaz, pubblicato il 27 febbraio, è probabilmente il progetto più ambizioso e coraggioso concepito da Damon Albarn e Jamie Hewlett da quando, alla fine degli anni ’90, hanno dato vita alla loro band animata.

Non è soltanto un nuovo capitolo discografico: The Mountain nasce dentro un momento personale delicato, segnato dalla perdita dei rispettivi padri durante la gestazione del disco.

Quest’esperienza attraversa l’album come una corrente sotterranea. Non emerge mai in forma confessionale, ma si avverte nelle sue atmosfere: una musica che parla di memoria, perdita e trasformazione senza mai diventare pesante. In diverse interviste, Albarn ha raccontato come la memoria non sia qualcosa che resta immobile nel passato, ma qualcosa che continua a muoversi insieme a noi. In questo senso la musica diventa uno spazio di attraversamento: un modo per trasformare l’assenza in movimento.

Nel nuovo lavoro, la distopia non è più una minaccia futura: è una condizione presente. Ma invece di amplificarne il rumore, Albarn e soci scelgono di attraversarla in controluce, cercando spiragli e possibilità di senso. Ne nasce un mosaico sonoro che tiene insieme elettronica, pop obliquo, hip hop, funk, soul e suggestioni world, senza cercare una sintesi rassicurante.

Un progetto nato come critica al pop

Per capire davvero i Gorillaz bisogna tornare alla loro origine. Alla fine degli anni ’90 Albarn e Hewlett passano ore davanti alla televisione musicale, osservando un panorama pop sempre più standardizzato. Da qui nasce un’intuizione provocatoria: creare una band completamente artificiale.

I personaggi animati – 2D, Murdoc, Noodle e Russel – diventano così il volto di un progetto pensato per smascherare i meccanismi dell’industria musicale. Il paradosso è che proprio questa critica al sistema finirà per generare una delle realtà più libere e innovative della musica contemporanea.

Fin dall’inizio la forza dei Gorillaz è stata la contaminazione. Il pop non è mai stato un territorio chiuso, ma uno spazio da attraversare e reinventare continuamente. Anche in questo disco la musica si muove tra produzioni stratificate, beat irregolari e aperture melodiche improvvise, costruendo un paesaggio sonoro instabile che riflette la tensione tra connessione globale e solitudine individuale. La voce di Albarn appare spesso sospesa, quasi parlasse a qualcuno che non risponde più. La scrittura resta essenziale in superficie, ma sotto scorre una malinconia lucida che interroga il senso dell’essere comunità nel XXI secolo.

Oriente, introspezione e rinascita creativa

Come molte grandi band nella storia della musica, anche i Gorillaz attraversano momenti di sospensione e riflessione, necessari per rinnovare il linguaggio musicale. La perdita dei padri di Albarn e Hewlett ha aggiunto una dimensione personale profonda: un invito a confrontarsi con l’assenza e con la memoria, senza però cadere nella pesantezza.

In particolare, a Varanasi Albarn ha immerso il corpo del padre nel Gange, seguendo il tradizionale rito funebre hindu che culmina con la cremazione e lo spargere delle ceneri nel fiume. Il padre di Albarn, artista profondamente influenzato dalla cultura indiana e dalla controcultura degli anni ’60, diventa così un legame simbolico tra generazioni, che attraversa e arricchisce il progetto musicale.

L’India e, più in generale, l’Oriente rappresentano per i Gorillaz non solo un contesto geografico, ma un punto di riferimento creativo e spirituale. Come accadde ai Beatles durante il loro soggiorno a Rishikesh – dove i Fab Four in poche settimane scrissero gran parte dei brani poi confluiti nel White Album – questi paesaggi culturali offrono un’alternativa all’Occidente industriale e frenetico: un luogo in cui introspezione, quotidianità e musica possono coesistere senza fratture.

Per la band, immergersi in questi mondi non è nostalgia, ma un gesto di apertura: trovare nuovi ritmi, nuovi suoni e nuovi punti di vista. La morte personale e quella di amici musicisti scomparsi – come racconta Albarn: «Per parlare di morte c’era bisogno di gente morta che ne sa più di me» – si trasforma così in energia creativa, alimentando un disco che mantiene leggerezza e leggibilità pur affrontando temi profondi.

Collaborazioni come geografia sonora

Come spesso accade nei lavori dei Gorillaz, il disco prende forma anche attraverso una rete di collaborazioni che diventano parte integrante della narrazione musicale. Tra gli artisti coinvolti compaiono voci e strumenti di universi sonori diversi: da Anoushka Shankar ad Amaan e Ayaan Ali Bangash, da Asha Puthli e Asha Bhosle AIdles, Black Thought, Johnny Marr, Trueno, Omar Souleyman, Yasiin Bey, Gruff Rhys, Paul Simonon e Bizarrap.

Questa costellazione di voci costruisce una geografia musicale fluida, in cui Londra dialoga con l’Africa, l’America Latina incontra il soul britannico e l’hip hop si intreccia con il pop elettronico. Ma il dialogo non riguarda soltanto lo spazio: attraversa anche il tempo. Il concetto di ciclo continuo di vita, memoria e ritorno riaffiora anche nei featuring: le collaborazioni diventano un ponte tra generazioni di musicisti, in cui le influenze del passato continuano a vivere nel presente.

Non è un caso che l’album evochi anche artisti scomparsi che hanno segnato il percorso dei Gorillaz – Dennis Hopper, Bobby Womack, Dave “Trugoy” Jolicoeur dei De La Soul, Tony Allen, Proof e Mark E. Smith – le cui voci e la loro eredità restano presenze attive nel progetto.

Un archivio sonoro del presente

Il disco si muove come un archivio musicale del presente. Groove sintetici, linee di basso elastiche e deviazioni elettroniche convivono nello stesso spazio sonoro.

L’India non è solo il contesto della rinascita dei Gorillaz dopo un periodo umanamente e musicalmente singhiozzante, ma anche lo scenario su cui Albarn costruisce le 15 tracce dell’album. Registrato tra Mumbai, Nuova Delhi, Rajasthan e Varanasi (oltre che Ashgabat, Damasco, Los Angeles, Miami, New York e Londra), vanta la collaborazione di artisti indiani come Ajay Prasanna al bansuri, Anoushka Shankar al sitar, Amaan Ali e Ayaan Ali Bangash al sarod, il The Mountain Choir, l’ensemble tradizionale Jea Band e le voci di Asha Puthli e Asha Bhosle. La voce distorta di Albarn e le drum machine minimali creano una coerenza che guida l’intera montagna sonora.

A tenere insieme questa architettura complessa è il lavoro della produttrice e ingegnere del suono italiana Marta Salogni, che orchestra un numero impressionante di tracce, creando profondità quasi cinematografiche: suoni vicini e lontani che accompagnano l’ascoltatore lungo la salita sonora della “montagna”.

Il clima generale di The Mountain, a livello musicale, è leggero e ballabile come ci si aspetta dai Gorillaz. È un disco coerente e compatto, un allineamento creativo che, a detta di Albarn e Hewlett, non si vedeva dai tempi di Plastic Beach (2010).

Inoltre, come tutti i dischi dei Gorillaz, anche The Mountain affronta temi politici e sociali. Questo approccio, già evidente in The Happy Dictator con la collaborazione degli Sparks, si intreccia con le esperienze personali dei musicisti e con le tensioni del contesto globale.

Ambizione e vertigine

Forse il limite dell’album è anche ciò che lo rende affascinante: la sua ambizione. Le idee sono molte, a tratti quasi troppe, e alcune intuizioni convivono con momenti più dispersivi. Non è un disco immediato né accomodante. Ma proprio in questa tensione tra pop e ricerca si riconosce il gesto più autenticamente gorillaziano: spingere il linguaggio pop oltre i suoi confini.

Oltre la cima

A oltre vent’anni dalla nascita del progetto, i Gorillaz restano un unicum nella cultura pop contemporanea. Non una semplice band, ma un ecosistema creativo in continua trasformazione.

Il messaggio del disco, in fondo, è semplice ma potente: continuare a salire. Anche quando il paesaggio cambia. Anche quando chi camminava accanto a noi non c’è più.

I Gorillaz trasformano il dolore in movimento e i ricordi in suono. In un presente fatto di connessioni intermittenti, presenze frammentate e realtà parallele, questa costante ricerca di significato si trasforma in una piccola utopia. 

Roberta Aurelio

Leggi anche: Gorillaz: i membri della band

Roberta Aurelio

Roberta Aurelio – Comunica, scrive e respira cultura. Giornalista pubblicista (in progress), appassionata di storie fuori fuoco, concerti sudati e manifesti sbiaditi. Colleziona vinili, parole e istanti analogici. Ama i dettagli e la luce giusta. Rifiuta ingiustizie e condanna i soprusi. Quando scrive, intreccia pensiero critico e sensibilità poetica. Vive a Napoli, con lo sguardo altrove.
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