L’estetica della nostalgia: perché vogliamo tornare agli anni ’90?
Se citassi videocassette, tamagotchi, il gameboy, i crop top e i jeans larghi… cosa vi viene in mente?
Oggetti che ad oggi ci sembrano appartenere a un’altra epoca, ma che, sorprendentemente, negli ultimi tempi stanno tornando di moda e che alimentano una forte nostalgia collettiva.
Le generazioni nate negli anni ’70 ricorderanno benissimo la loro adolescenza. Le nuove generazioni, invece, possono solo basarsi sui racconti di genitori o parenti, usando l’immaginazione per ricostruire le sensazioni di quell’epoca.
Riflettendoci qualche giorno fa, la domanda che mi sono posta è stata: “Perché ci mancano così tanto gli anni che precedono il 2000?”
Guardandoci intorno ci rendiamo conto che oggi abbiamo tutto ciò che, nel 1990, molte persone non avrebbero neanche immaginato. Viviamo in una società basata sul consumismo, in cui spesso sembra esserci una gara a chi possiede i vestiti più costosi, la macchina più bella o qualsiasi altro bene materiale che, in fondo, non è davvero essenziale.
E chissà, forse è proprio questo il problema.
Possiamo avere tutto e, soprattutto, possiamo ottenerlo rapidamente grazie alle tecnologie e a internet, che permettono di acquistare oggetti anche online senza dover passare prima in un negozio fisico.
Ciò che sta dietro a questo fenomeno dell’acquisto assiduo è davvero interessante: ad ogni “bip” emesso dal POS che conferma il pagamento di qualcosa, non stiamo solo accumulando oggetti, ma stiamo anche comunicando qualcosa di noi agli altri. Se scelgo di indossare la maglia degli AC/DC al posto di quella dell’Inter, cambia completamente l’immagine che voglio trasmettere a chi mi sta attorno.
Un altro aspetto da non trascurare è lo status sociale: l’acquisto di un determinato prodotto riflette non solo chi siamo, ma anche la nostra posizione all’interno della società.
Il consumo di qualcosa, anche se apparentemente può sembrare superfluo o di poco conto, ha in realtà un potere enorme: può contribuire a definire identità, opportunità e forme di riconoscimento sociale. In altre parole, non compriamo solo oggetti, ma anche simboli e modi di essere percepiti dagli altri.
Una prospettiva interessante è quella offerta dal sociologo Zygmunt Bauman, che ha introdotto il concetto di “società liquida”.
Secondo Bauman, se in passato la società poteva essere considerata “solida”, perché fondata su istituzioni stabili, identità forti e legami sociali duraturi, oggi sembra lasciare spazio a una realtà più fluida.
Una realtà segnata dall’instabilità e dalla volatilità delle relazioni umane, dalla precarietà delle carriere lavorative e da un crescente individualismo.
Proprio per questa corsa all’acquisto e per questa continua competizione legata ai possedimenti, credo che a molti manchino gli anni ’90 per una questione profondamente umana.
Prima dell’avvento degli smartphone e dei social network, il quotidiano sembrava avere un ritmo diverso, in un certo senso più lento. Non avendo il telefono in mano per la maggior parte del tempo, le persone erano forse più interessate alla costruzione di rapporti umani autentici, alla condivisione e a dare valore anche alle piccole cose: un’uscita con gli amici, una gita fuori porta o una telefonata inaspettata sul telefono di casa a filo da parte della persona che ci piaceva.
L’attesa, per quanto a volte logorante, rendeva spesso il risultato più magico e gratificante.
Forse è anche per questo che oggi molti guardano con nostalgia agli anni ’90: non tanto per gli oggetti di quell’epoca, ma per il modo in cui venivano vissuti.
Inutile negarlo: ci manca quella leggerezza e quella spontaneità che sembravano caratterizzare quegli anni.
E no, nemmeno l’acquisto dell’ultimo iPhone potrà mai sostituire l’appagamento di un nuovo giradischi.
Giulia Marton
Immagine generata da AI
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