Antigone: la legge degli dèi contro la legge degli uomini

Antigone è una fanciulla nata dal peccato (l’unione tra Edipo e sua madre Giocasta) eppure lei passa dal mito alla storia come la fanciulla nata solo per amare, tanto da opporsi alle leggi dello stato per far valere quelle del cuore.
C’è un momento, nel teatro di Sofocle, in cui il silenzio pesa più delle parole. È quando una giovane donna, fragile solo all’apparenza, decide di sfidare il potere assoluto di un re. Non per ambizione, non per calcolo politico, ma per fedeltà a qualcosa di più antico delle città, più forte delle mura, più duraturo delle leggi scritte.
Quella giovane donna si chiama Antigone.
E da oltre duemila anni continua a parlarci.
Tebe dopo la guerra
Siamo a Tebe. La guerra civile ha appena devastato la città. I due fratelli di Antigone, Eteocle e Polinice, si sono uccisi a vicenda in un duello fratricida per il trono. Il nuovo sovrano, Creonte, vuole ristabilire l’ordine dopo il caos. E lo fa con un editto chiaro e brutale: Eteocle, difensore della città, sarà onorato; Polinice, considerato traditore, resterà insepolto.
Nella cultura greca, negare la sepoltura non è solo una punizione politica. È una condanna metafisica. Senza rito funebre, l’anima non può trovare pace nell’Ade. È una violazione dell’ordine cosmico.
Antigone ascolta il decreto e comprende immediatamente che si trova davanti a una scelta radicale: obbedire alla legge dello Stato o obbedire alle leggi non scritte degli dèi.
Non c’è compromesso.
Le leggi non scritte
Nel cuore della tragedia c’è una frase che attraversa i secoli. Antigone dice che le leggi di Creonte non possono prevalere su quelle “non scritte e incrollabili degli dèi”. Non sono leggi promulgate in un’assemblea. Non sono frutto di maggioranza. Non sono soggette a revisione.
Sono eterne.
Qui Sofocle introduce una tensione che sarà centrale nella filosofia occidentale: la distinzione tra diritto positivo e diritto naturale. Il primo è prodotto dagli uomini; il secondo è radicato in un ordine superiore, che precede e giudica ogni potere politico.
Non è un caso che Aristotele, nella Retorica, distingua tra legge particolare (scritta) e legge comune (naturale), valida ovunque. Né è casuale che molti secoli dopo San Tommaso d’Aquino elabori la dottrina della legge naturale come partecipazione della creatura razionale alla legge eterna di Dio.
Antigone è, in questo senso, una precorritrice inconsapevole.
Creonte: il volto dello Stato
Ma sarebbe troppo semplice ridurre Creonte a tiranno cieco. Sofocle è più sottile. Creonte rappresenta la necessità dell’ordine politico. Dopo una guerra civile, l’autorità deve affermarsi. Se le leggi possono essere violate per motivi personali, lo Stato crolla.
Creonte teme l’anarchia più della crudeltà.
È convinto che la stabilità collettiva valga più del dolore individuale. Quando scopre che Antigone ha sepolto il fratello, non vede una sorella fedele: vede una minaccia alla sovranità.
Il conflitto, allora, non è tra bene e male in senso assoluto. È tra due beni incompatibili: l’ordine pubblico e la fedeltà religiosa; la legge della città e la legge del sangue; il potere e la coscienza.
Sofocle non offre soluzioni semplici. Mostra le conseguenze.
La solitudine della coscienza
Antigone sa di andare incontro alla morte. Eppure, non arretra. Non invoca rivoluzioni, non cerca consensi. È sola. Anche la sorella Ismene, inizialmente, rifiuta di aiutarla per paura.
Ed è qui che la tragedia diventa universale.
Perché la coscienza, quando entra in conflitto con la legge, è sempre un’esperienza solitaria. Non c’è folla che protegga, non c’è tribunale che garantisca.
Molti interpreti moderni hanno visto in Antigone la prima grande figura della disobbedienza civile. Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nella Fenomenologia dello spirito, legge la tragedia come scontro tra due eticità legittime: quella della famiglia (Antigone) e quella dello Stato (Creonte). Non c’è colpevole assoluto: c’è una collisione tragica.
Nel Novecento, Jean Anouilh riscrive Antigone durante l’occupazione nazista, trasformandola in simbolo della resistenza morale contro l’autorità oppressiva. La giovane tebana diventa così icona di ogni coscienza che rifiuta di piegarsi a una legge ingiusta.
Il prezzo della rigidità
Creonte, accecato dalla propria convinzione, rifiuta gli ammonimenti. Persino Tiresia, il veggente, lo avverte: gli dèi non approvano. Ma l’orgoglio politico è sordo.
Quando finalmente il re decide di cedere, è troppo tardi. Antigone si è impiccata nella caverna dove era stata rinchiusa. Il figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, si uccide a sua volta. La moglie di Creonte, Euridice, sopraffatta dal dolore, segue lo stesso destino.
La legge dello Stato è salva, ma la casa del re è distrutta.
La tragedia insegna che l’eccesso – hybris – porta sempre alla rovina. Non è l’autorità in sé a essere condannata, ma la sua assolutizzazione. Quando la legge umana pretende di sostituirsi all’ordine divino, diventa disumana.
Antigone oggi
Perché continuiamo a leggere Antigone?
Perché la tensione tra coscienza individuale e potere istituzionale non è mai scomparsa. Ogni epoca ha i suoi Creonti e le sue Antigoni. Ogni società deve confrontarsi con il limite dell’autorità.
Il dramma solleva una domanda radicale: esiste un criterio superiore con cui giudicare le leggi?
Se rispondiamo di sì, entriamo nel terreno del diritto naturale. Se rispondiamo di no, rischiamo di consegnare ogni giustizia alla forza della maggioranza.
Antigone non è una ribelle per capriccio. Non contesta il potere in quanto tale. Contesta una legge che viola un principio sacro: il rispetto dei morti, la pietas, la fedeltà familiare. La sua disobbedienza nasce da un dovere più alto.
Ed è qui che la tragedia diventa provocazione contemporanea: quante volte obbediamo per paura? Quante volte confondiamo legalità e giustizia?
La forza di una donna
Non va dimenticato un elemento decisivo: Antigone è una donna in una società patriarcale. Sfida non solo un re, ma un sistema maschile di potere. Creonte lo dice esplicitamente: non permetterà che una donna lo vinca.
La tragedia, allora, contiene anche una riflessione sul genere. Antigone incarna una forza morale che non deriva da posizione sociale, ma da coerenza interiore. La sua autorità è etica, non politica.
È un’autorità che nasce dal sacrificio.
Una lezione che non consola
Sofocle non offre un lieto fine. Non premia Antigone con un intervento divino che la salva. Non riabilita Creonte con un facile perdono.
La tragedia greca non consola: educa.
Mostra che ogni scelta radicale comporta perdita. Antigone muore. Creonte resta vivo, ma devastato. Non c’è vittoria, solo consapevolezza.
E forse è proprio questa la grandezza del testo: ci costringe a pensare senza offrirci rifugi.
Considerazioni
Antigone colpisce per una ragione precisa: non è ideologica. Non combatte per un’astrazione. Combatte per fedeltà. In un’epoca in cui tutto è negoziabile, lei afferma che esistono principi non trattabili.
Non si pensi che la lezione sia quella di disobbedire sempre. Sarebbe infantile. Senza legge, non c’è comunità. Ma è pacifico pensare che Sofocle ci metta in guardia da un pericolo enorme: quando il potere smette di riconoscere un limite, inizia la tragedia.
La vera domanda non è se Antigone avesse ragione o se Creonte avesse torto. La vera domanda è: quali sono oggi le nostre “leggi non scritte”? E siamo disposti a pagarne il prezzo?
Antigone non ci chiede di essere eroi. Ci chiede di non tradire ciò che riconosciamo come giusto nel profondo.
E questa, forse, è la forma più alta di libertà.
Marco Della Corte
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