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Gilgamesh: il primo mito dell’umanità

Prima che la letteratura avesse un nome, prima che i poemi fossero cantati o trascritti su pergamena, esisteva già il bisogno di raccontare.

Nelle terre fertili della Mesopotamia, dove i fiumi scandivano il tempo delle semine e delle distruzioni, nacque una civiltà che affidò alla scrittura non solo conti e leggi, ma domande essenziali: che cos’è l’uomo? Qual è il limite della sua forza? Che cosa resta dopo la morte? 

L’epopea di Gilgamesh emerge da questo orizzonte primordiale come il primo grande tentativo di dare forma narrativa all’esperienza umana. Incisa in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla tra il III e il II millennio a.C., essa non è soltanto il più antico poema epico giunto fino a noi, ma una soglia: il momento in cui il mito diventa riflessione, e l’eroe inizia a interrogarsi sul senso della propria esistenza.

Non furono templi di marmo né cori celesti ad annunciare questa storia. Bastò l’argilla umida sotto le dita di uno scriba, il lento incidere di un calamo, il silenzio polveroso di una città affacciata sui fiumi. È l’alba della civiltà, tra il Tigri e l’Eufrate, e Uruk si erge come un miraggio di mattoni cotti al sole. Le sue mura sono giovani, ma già gravide di memoria. In esse vive un re che è due terzi dio e un terzo uomo, e proprio in questa frattura prende forma il cuore dell’epopea.

Gilgamesh governa con forza smisurata. Corre più veloce dei giovani, abbatte nemici, erige città. Ma la sua grandezza non è ancora saggezza. Dietro la potenza si agita un’inquietudine che nessuna conquista riesce a placare: un eccesso che opprime i sudditi e turba l’ordine voluto dagli dei. È allora che il pantheon interviene, non per distruggere il re, ma per completarlo. Dall’argilla e dal respiro della steppa nasce Enkidu, creatura primordiale, libera da mura e leggi, ignara del potere e del tempo.

L’incontro tra i due è violento, inevitabile. La lotta scuote Uruk, ma non produce un vincitore. Produce un riconoscimento. Nello specchio dell’altro, Gilgamesh vede per la prima volta un limite; Enkidu scopre, attraverso l’amicizia, l’umanità. Da questo legame inatteso nasce il vero motore del poema. L’epopea non procede più per imposizione, ma per condivisione. Non è il re solo a muoversi, ma una coppia che avanza contro l’ignoto.

Insieme, Gilgamesh ed Enkidu varcano soglie proibite. La foresta dei Cedri, il volto terrifico di Humbaba, il Toro Celeste mandato come punizione divina: ogni impresa accresce la loro fama e, insieme, la tensione con l’ordine cosmico. Il poema suggerisce, senza proclamarlo, che il coraggio umano diventa hybris quando dimentica la misura. Gli dei osservano, pazienti e severi, e il prezzo della sfida non tarda ad arrivare.

La morte di Enkidu spezza l’epopea in due. Il corpo dell’amico, immobile, introduce nella storia qualcosa di irreversibile. Gilgamesh non affronta più un nemico esterno, ma una verità che non può combattere. Il suo lamento è nudo, ossessivo, umano. Piange Enkidu, ma piange soprattutto la scoperta della propria mortalità. Se anche il più forte può cadere, allora nulla è saldo.

Da questo dolore nasce un nuovo viaggio, più solitario e più radicale. Gilgamesh abbandona Uruk, rinuncia ai segni del potere e si mette in cammino verso l’estremo confine del mondo. Non cerca più gloria, ma una risposta. Attraversa deserti e acque oscure fino a raggiungere Utnapishtim, l’uomo che ha conosciuto l’immortalità dopo il diluvio. Il suo racconto non è una promessa, ma un ammonimento: la vita eterna non è una conquista, bensì un’eccezione concessa e mai replicabile.

Eppure, Gilgamesh insiste. Gli viene offerta un’ultima possibilità, fragile come una speranza: una pianta capace di restituire giovinezza. La ottiene, la protegge — e la perde. Un serpente la sottrae nel silenzio, senza trionfo né castigo. È una perdita priva di pathos, ed è proprio per questo definitiva. Non resta più nulla da inseguire.

Il ritorno a Uruk avviene sotto uno sguardo mutato. Gilgamesh contempla le mura della città, le strade, i templi. Ciò che prima era motivo di vanto diventa ora misura del senso umano. L’immortalità non appartiene al corpo, ma all’opera; non al singolo, ma alla comunità. Il re comprende che la durata possibile all’uomo è quella della memoria condivisa, del racconto che sopravvive a chi lo ha vissuto.

Incisa su tavolette d’argilla, sepolta e poi ritrovata nelle rovine di Ninive, l’epopea di Gilgamesh attraversa millenni di silenzio per tornare a parlare. Non come un monumento distante, ma come una voce sorprendentemente vicina. In essa riconosciamo l’arroganza e la paura, l’amicizia e il lutto, la ribellione e l’accettazione. Prima dei grandi poemi occidentali, prima delle scritture sacre, Gilgamesh già pone la domanda fondamentale: come vivere sapendo di dover morire?

L’epopea non offre consolazioni. Gli dei restano lontani, il mondo è instabile, la fine inevitabile. Ma proprio in questa lucidità risiede la sua forza. Essere umani significa accettare il limite e, nonostante esso, costruire, ricordare, tramandare. Gilgamesh non ottiene la vita eterna, ma il suo nome sopravvive. E forse è questa, fin dall’inizio della storia, l’unica immortalità concessa all’uomo.

Antonio Palumbo

Fonti immagini: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/c/c3/Chaos_Monster_and_Sun_God.png/1280px-Chaos_Monster_and_Sun_God.png

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Antonio Palumbo

Antonio Palumbo, classe 1999, è dottore in Lettere Moderne e attualmente completa la propria formazione con una magistrale in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Insegna Lingua e Letteratura Italiana in un istituto scolastico privato e, appassionato di lettura e di scrittura, dedica il suo tempo libero anche alla fotografia naturalistica e al collezionismo di libri e di monete antiche. Insegue il sogno di visitare il mondo e di scoprire tutto il fascino e la complessità delle diverse culture umane.
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