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Collettivi artistici poco noti che stanno cambiando il linguaggio visivo

C’è un’energia che circola sotto la superficie levigata dell’arte mainstream. Non fa rumore, non cerca il colpo di scena, ma agisce per stratificazioni: immagini che non chiedono di essere guardate, bensì attraversate.

Sono i collettivi artistici poco noti, organismi fluidi che lavorano nell’interstizio tra disciplina e indisciplina, tra gesto politico e intuizione poetica. Non hanno un volto unico né una firma riconoscibile, e proprio per questo stanno riscrivendo — con ostinazione gentile — il linguaggio visivo contemporaneo.

In un’epoca ossessionata dall’io, questi collettivi scelgono il noi. Non come slogan, ma come pratica. La creazione diventa un processo corale, fatto di conflitti, negoziazioni, scarti. L’opera non è il risultato di una visione individuale, bensì il residuo visibile di un dialogo continuo.

Penso a Linea d’Ombra, gruppo transdisciplinare che lavora tra fotografia analogica e sound design: le loro installazioni sono paesaggi percettivi in cui l’immagine perde centralità e si fa eco, traccia, memoria condivisa.

Molti di questi collettivi rifiutano la patina dell’“opera finita”. Preferiscono l’incompiuto, l’errore, il provvisorio. È una scelta politica prima ancora che formale. Cantiere Aperto, attivo tra periferie urbane e spazi dismessi, costruisce interventi visivi che mutano nel tempo: poster che si scoloriscono, murales destinati a essere coperti, archivi temporanei accessibili solo per poche ore.

Qui il linguaggio visivo non si cristallizza: respira, invecchia, scompare. Come le città che lo ospitano.

Lontani dall’estetica patinata del digitale, alcuni collettivi trattano la tecnologia come una materia fragile, quasi organica. Soft Error Club lavora con glitch, intelligenze artificiali “addestrate male”, software obsoleti. Le immagini che ne nascono sono instabili, disturbate, imperfette.

Non celebrano il futuro, lo mettono in discussione. E in questo corto circuito visivo rivelano quanto il nostro sguardo sia ormai addestrato alla pulizia, alla velocità, alla semplificazione.

C’è poi chi sposta radicalmente il fuoco: l’opera non è l’oggetto, ma la relazione. Orizzonte Comune, collettivo nomade, lavora con comunità locali — migranti, studenti, abitanti temporanei — costruendo archivi visivi partecipati. Fotografie, mappe, video non raccontano “gli altri”, ma nascono con gli altri.

Il linguaggio visivo qui si fa poroso, etico, inevitabilmente politico. Non rappresenta: co-esiste.

Questi collettivi non cercano visibilità, e forse è proprio questo il loro punto di forza. Operano ai margini, ma i margini — oggi — sono il vero centro di sperimentazione. Stanno cambiando il nostro modo di guardare senza imporre nuove regole, ma disattivando le vecchie.

In un sistema dell’arte sempre più orientato al brand, la loro presenza è un atto di resistenza sottile. E necessaria.

Lucia Russo

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Lucia Russo

Lucia. Amante della luce per destino: nomen omen. Tuttavia crede che per arrivare a quella luce ci sia bisogno del caos e della contraddizione, scrutarsi dentro, accettarsi e avere una profonda fiducia in sé stessi. Il rimedio a tutto il resto: una buona porzione di parmigiana di melanzane.
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