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Arte negli spazi pubblici e città che cambiano

Non tutte le città che cambiano migliorano per chi le abita. Negli ultimi anni, in molte realtà urbane italiane, la trasformazione ha seguito una direzione chiara: rendere lo spazio pubblico più attrattivo, più ordinato, più “culturale”. Spesso anche più turistico.

Ma non necessariamente più giusto. La cultura, in particolare l’arte negli spazi pubblici, è diventata uno degli strumenti principali di questa trasformazione. A volte come occasione reale di apertura e inclusione. Altre come cornice estetica di processi che producono esclusione, aumento dei costi e perdita di funzioni quotidiane.

Quando la città diventa una destinazione

In città come Venezia, Firenze o Roma, il tema non è più solo l’overtourism, ma la progressiva riconfigurazione dello spazio urbano come ambiente per visitatori. Botteghe sostituite da affitti brevi, spazi pubblici regolati più per il flusso che per la permanenza, eventi culturali pensati per l’immagine internazionale più che per chi vive il quartiere. A Firenze, negli ultimi anni, numerosi interventi artistici e culturali nel centro storico si sono intrecciati con una forte pressione immobiliare, contribuendo a una città sempre più “perfetta” e sempre meno abitata. Venezia è il caso limite: una città dove la dimensione quotidiana è diventata fragile e dove anche l’arte rischia di funzionare come estensione del dispositivo turistico, se non accompagnata da politiche strutturali sull’abitare.

Arte pubblica e gentrificazione: il caso delle città “rigenerate”

In molte città italiane, l’arte è stata chiamata a “rigenerare” quartieri marginali. Non sempre con gli stessi esiti. A Milano, alcuni interventi di arte pubblica e street art istituzionalizzata nelle aree ex industriali hanno contribuito a costruire un’immagine creativa e giovane, anticipando però una forte crescita dei prezzi e una rapida sostituzione sociale.
L’arte, in questi casi, non è stata la causa unica del cambiamento, ma ha funzionato come segnale di desiderabilità.

Situazioni simili si sono viste a Bologna, soprattutto nella zona della Bolognina: festival, murales, spazi culturali temporanei hanno acceso i riflettori su un quartiere popolare, senza che sempre ci fosse una strategia di lungo periodo per tutelare residenti e funzioni sociali.

Napoli: tra rischio e possibilità

Napoli rappresenta un caso più complesso e contraddittorio. Da un lato, progetti come le Stazioni dell’Arte della metropolitana mostrano come l’arte possa essere integrata nelle infrastrutture quotidiane, rendendo l’esperienza culturale parte della vita urbana e non solo del consumo turistico. Dall’altro, la crescente pressione turistica nei quartieri centrali ha trasformato anche interventi culturali e creativi in potenziali fattori di espulsione. Qui emerge una differenza importante: quando l’arte è parte di un sistema pubblico stabile, tende a produrre benefici diffusi; quando è legata solo all’evento o all’immagine, rischia di alimentare dinamiche speculative.

L’arte che resiste

Accanto a questi processi, in Italia esistono esperienze che cercano di usare l’arte nello spazio pubblico come strumento critico, non come vetrina. A Palermo, diversi progetti artistici nei quartieri storici e periferici hanno lavorato sulla memoria, sulle migrazioni e sull’uso quotidiano dello spazio, spesso coinvolgendo direttamente abitanti e associazioni locali. A Taranto, pratiche artistiche indipendenti hanno affrontato il tema del paesaggio industriale e del diritto alla salute, portando l’arte fuori dalla logica dell’abbellimento. Anche in contesti più piccoli – da Matera dopo il 2019 a varie città del Sud – si è aperto un dibattito su cosa resta quando l’evento culturale finisce, e su come evitare che la cultura diventi solo una parentesi spettacolare.

Resistere non è dire no al cambiamento

L’arte che resiste non rifiuta il cambiamento, ma ne contesta la direzione unica. Non chiede città ferme, ma città abitabili, dove lo spazio pubblico non sia ridotto a scenario e la cultura non serva solo a “valorizzare”. Resistere significa difendere tempi lenti, usi non programmati, spazi che non producono immediatamente reddito ma costruiscono relazione. Significa ricordare che la qualità urbana non si misura solo in presenze turistiche o eventi, ma nella possibilità di restare. Le città italiane continueranno a puntare su turismo e cultura. È inevitabile. La questione decisiva è chi decide e chi resta fuori. L’arte nello spazio pubblico può essere parte del problema o parte della soluzione. Può rendere la città più vendibile. Oppure può renderla, ancora, una città.

Roberto Spanò

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Roberto Spanò

Classe 1995, sono laureato in Scienze Storiche e Orientalistiche (con focus su gender studies, colonial and post-colonial studies). Ho conseguito un Master in Gestione dell’arte e dei Beni Culturali. Fin dall’inizio dei miei studi sono sempre stato convinto che materie come storia, sociologia, antropologia e filosofia non possano essere considerate come dei comparti stagni, credo nella multidisciplinarietà ed è la caratteristica che ho sempre cercato di dare alle mie pubblicazioni. Credo fortemente che la storia non ci serva semplicemente per ricordare a memoria date ed eventi, ma ci serve per capire i perché del mondo di oggi, ci serve per smontare falsi miti, per rispondere a chi propaganda fake news e tesi campate in aria. Il mio scopo è quello di rendere comprensibili temi complessi, di far appassionare chi pensava, magari a causa di un cattivo insegnate alle superiori, che la storia sia noiosa e inutile.
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