Madonna – “La Bambola”, il femminismo al tempo del Pop

Con un colpo di scena degno delle sue migliori intuizioni artistiche, Madonna ha pubblicato il 7 gennaio 2026 una cover in italiano di La Bambola, storico brano portato al successo da Patty Pravo nel 1968.
Non si tratta di un singolo estratto da un nuovo album né di un’operazione nostalgica fine a sé stessa, ma di un progetto autonomo.
Nato come atto di protesta contro la mercificazione della donna, il brano viene oggi trasformato da Madonna in un’affermazione di empowerment consapevole, inserita all’interno di un contesto glamour e iconico come la campagna di rilancio del profumo The One di Dolce & Gabbana, seppur suscitando dibattiti tra ammirazione e critiche.
Un classico italiano nato come atto di rottura
La Bambola viene pubblicata nel 1968 dalla casa discografica RCA Victor e firmata da Franco Migliacci, Bruno Zambrini e Ruggero Cini. Il brano conquista rapidamente il primo posto nelle classifiche italiane, diventando uno dei maggiori successi di Patty Pravo e segnando una frattura significativa nel pop nazionale dell’epoca. Dietro la struttura immediata e il ritornello memorabile, la canzone racconta una presa di posizione netta: una donna che rifiuta di essere trattata come un oggetto, reclamando rispetto e autonomia emotiva.
In un’Italia ancora attraversata da modelli femminili fortemente stereotipati, il pezzo introduce una voce diretta e consapevole, capace di insinuarsi nel mainstream senza edulcorare il messaggio. È anche per questo che il brano attraverserà i decenni senza perdere forza simbolica.
Una lunga scia di reinterpretazioni e cinema
Nel corso degli anni La Bambola è stata reinterpretata in numerosi contesti internazionali. Tra le versioni più celebri, quella in francese di Dalida, che contribuì a diffondere il brano oltre i confini italiani. Già nel 1968 arrivarono adattamenti in altri Paesi europei, come la versione greca di Mary Alexopoulou, seguiti da incisioni in diverse lingue e mercati.
Negli anni successivi il brano è tornato ciclicamente: dalla versione strumentale di Giorgio Carnini del 1969, fino alle riletture più recenti di Giusy Ferreri (2008), Sara Lov (2011), Betta Lemme (2017) e Dargen D’Amico, che nel 2022 lo ha portato sul palco di Sanremo nella serata dedicata alle cover. Ogni interpretazione ha evidenziato una diversa sfumatura del brano, confermandone la straordinaria capacità di adattamento.
Non a caso, il brano è entrato anche nell’immaginario cinematografico, diventando colonna sonora di film come The American di Anton Corbijn, Romanzo criminale di Michele Placido, Respiro di Emanuele Crialese e Bambola di Bigas Luna.
Madonna riscrive “La Bambola”
La versione di Madonna rappresenta però un passaggio ulteriore. È la prima volta che l’artista registra un intero brano in italiano, affrontando il testo con un approccio lontano da qualsiasi nostalgia. La produzione, affidata a Stuart Price, storico collaboratore dai tempi di Confessions on a Dance Floor, opta per una costruzione sonora elegante e minimale: niente revival orchestrale, ma un suono levigato, contemporaneo, quasi sartoriale.
La voce di Madonna non cerca l’imitazione né l’effetto sorpresa linguistico. L’interpretazione è misurata, controllata, concentrata sulla presenza narrativa. L’italiano diventa una scelta espressiva precisa, parte integrante del senso di appropriazione del brano.
Moda come linguaggio narrativo della scena
Nel videoclip che accompagna il brano, Madonna domina la scena in un gioco seduttivo a tre: due figure maschili — una più giovane, l’altra più matura — incarnano archetipi differenti del desiderio e della protezione, dell’amante e del confidente. I ruoli, però, non sono mai equilibrati. È lei a condurre, scegliere, orchestrare.
Nel racconto visivo i codici vengono ribaltati: Madonna non è oggetto dello sguardo, ma soggetto che lo governa. Un’operazione che ha inevitabilmente diviso pubblico e critica, tra ammirazione e sospetto, ma che riporta il brano al centro del dibattito contemporaneo sulla rappresentazione femminile nel pop. La canzone che nel 1968 denunciava la mercificazione della donna viene così aggiornata a una nuova grammatica del potere femminile, dove il concetto stesso di “bambola” viene riappropriato e risignificato. Non una semplice cover, dunque, ma una dichiarazione artistica che parla di controllo, immagine e consapevolezza.
Pop, sottosuolo e femminismo: tra visibilità e rischio di estetizzazione
Il gesto di Madonna dialoga, per contrasto, anche con alcune esperienze contemporanee che operano lontano dal mainstream, come La Niña, e più in generale con una scena che ha scelto di articolare il discorso femminile fuori dai circuiti dell’hype globale. Se Madonna rilegge La Bambola dall’interno di un dispositivo pop e di moda altamente consapevole — dove immagine, suono e marketing convivono in equilibrio — progetti come quello di La Niña lavorano su un altro piano: quello di un femminismo sonoro più ruvido, radicato, quasi archeologico, rielaborando linguaggi ancestrali, dal corpo alla memoria collettiva, dai ritmi tradizionali alla cultura popolare.
Il parallelismo non è gerarchico, ma rivelatore: da un lato, il femminismo pop, capace di raggiungere un pubblico vastissimo e di incidere sull’immaginario globale; dall’altro, un femminismo underground che rifiuta la semplificazione, sceglie la complessità e si muove in territori meno addomesticabili, pur mostrando già segnali di visibilità crescente. Entrambi necessari, entrambi esposti a rischi diversi.
In tal senso, La Bambola cantata da Madonna funziona come una cartina di tornasole: misura la distanza — e la possibile continuità — tra il femminismo che attraversa il pop e quello che lo mette in discussione. Se da un lato operazioni come questa dimostrano come un messaggio nato nel 1968 possa ancora parlare al presente attraverso nuovi codici, dall’altro ricordano quanto sia fragile il confine tra rivendicazione autentica e appropriazione simbolica.
La speranza è che questa grammatica di autodeterminazione — oggi sempre più visibile e “spendibile” — non si riduca a trend o a strategia di posizionamento, ma continui a produrre visioni, frizioni e senso. Perché la vera rottura, ieri come oggi, non sta nel dichiararsi libere, ma nel restarlo anche quando l’onda dell’hype si ritira.
Perché La Bambola, ieri come oggi, non chiede di essere semplicemente ascoltata: chiede di essere presa sul serio.
Allo stesso tempo, ogni reinterpretazione offre la possibilità di scoprire nuove sfumature e di rinnovare opere storiche, anche se non tutte incontrano l’unanimità del pubblico. In questo scenario, Madonna si inserisce con il suo stile inconfondibile in un lungo elenco di artisti che hanno osato rileggere le icone della musica, dimostrando che l’audacia creativa può convivere con la tradizione, lasciando spazio a interpretazioni personali senza mai sminuire il valore originale.
Roberta Aurelio
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