Bagaria e la lingua che non si lascia addomesticare: Maurizio Capone porta la parlesia al Napule’s Power

Per decenni ha attraversato vicoli, teatri, camerini e palcoscenici di Napoli senza lasciare quasi tracce scritte. La parlesia, il linguaggio segreto dei musicisti napoletani, è tornata a farsi sentire con Bagaria, il nuovo singolo di Maurizio Capone & BungtBangt, presentato mercoledì 3 giugno alla Sala Napule’s Power degli studi Suono Libero Music al Vomero.
Più che una presentazione discografica, l’incontro si è trasformato in una riflessione aperta sul rapporto tra musica, identità e linguaggio. A guidare la serata Renato Marengo, direttore artistico di Napule’s Power, insieme a Nando Misuraca, responsabile del MEI Campania. Tra gli ospiti anche Valeria Saggese, giornalista Rai e autrice del volume Parlesia. La lingua segreta della musica napoletana, e Lino Vairetti, storica voce degli Osanna.
Ma prima ancora delle parole è arrivato il suono.
Capone ha aperto l’incontro impugnando la sua celebre Scopa Elettrica, uno degli strumenti simbolo della sua ricerca sonora, reinterpretando in chiave personale The Star-Spangled Banner, l’inno americano che Jimi Hendrix trasformò nel 1969 in una delle più celebri proteste musicali contro la guerra. Anche qui il gesto assumeva una valenza politica: una dichiarazione contro ogni conflitto e contro quelle che il musicista ha definito provocatoriamente le logiche di uno “stato pirata”. Un’esecuzione culminata in un esplicito richiamo alla pace e in un pensiero rivolto alla Palestina.
Da oltre quarant’anni Maurizio Capone porta avanti una delle esperienze più originali della musica italiana. Prima ancora che l’ecologia diventasse linguaggio diffuso, aveva iniziato a costruire strumenti con materiali di recupero, trasformando rifiuti e oggetti quotidiani in materia sonora. Una visione che continua oggi attraverso quella che lui stesso definisce una nuova fase del progetto: l’electro junk.
«Adesso percuotiamo anche il computer», scherza dal palco.
Dietro la battuta c’è però un’evoluzione reale del linguaggio musicale dei BungtBangt. Campionamenti ambientali, registrazioni della vita quotidiana, voci raccolte nei quartieri popolari e nuove tecnologie convivono con strumenti ormai iconici come lo Scatolophon, il Tubolophon, la Scopa Elettrica e le numerose percussioni autocostruite che hanno reso riconoscibile il progetto.
Anche Bagaria nasce da questa filosofia. Il brano è costruito su un motore ritmico alimentato da strumenti originali ideati da Capone: oggetti sonori ricavati da materiali di recupero la cui origine resta spesso irriconoscibile all’ascolto. Una scelta che dialoga direttamente con il testo, scritto integralmente in parlesia e volutamente privo di traduzione ufficiale: un brano clandestino nel suo modo di preservare uno spazio di libertà rispetto alle logiche della comprensione immediata.
L’ascoltatore si trova così nella stessa condizione di chi ascolta una conversazione in codice: percepisce il ritmo, l’intenzione e l’energia delle parole, senza possederne immediatamente tutte le chiavi. È la domanda che il brano lascia sospesa: quanto di ciò che ascoltiamo siamo davvero in grado di comprendere?
Per Capone non si tratta di costruire un enigma. Al contrario, il rifiuto della traduzione diventa un invito alla curiosità, all’interpretazione personale e a un ascolto meno passivo. In questa prospettiva si inserisce anche il nuovo corso della band insieme a Vincenzo Falco: un percorso che rifiuta l’idea di “decrescita felice” come spauracchio o rinuncia e che prova invece a opporsi a un sistema che frammenta, distrae e spegne le menti.
Nessuna traduzione, nessuna imbalsamazione: la tradizione resta materia viva, non oggetto da museo. E anche una melodia apparentemente accattivante può agire in modo sotterraneo, insinuandosi dove non ci si aspetta, persino su chi ne è il bersaglio.
La parlesia, del resto, nacque come codice di riconoscimento tra ladri, marinai e musicisti, racconta Marengo. Un lessico condiviso che permetteva di comunicare all’interno della comunità senza essere compresi dagli estranei, e soprattutto dal “padrone” — il capo, ‘o jammone nel lessico della parlesia. Oggi quel patrimonio viene riportato nel presente non come reperto folkloristico, ma come strumento per interrogare il nostro rapporto con le parole, con l’identità e con il potere.
Non è sempre stato così. Durante l’incontro, Lino Vairetti ha ricordato come per una parte della sua generazione la lingua e l’identità napoletana siano state a lungo percepite come qualcosa da cui prendere le distanze. Negli anni del beat e del rock anglosassone, molti giovani musicisti guardavano soprattutto ai Beatles e ai Rolling Stones, mentre tutto ciò che richiamava Napoli sembrava appartenere a un immaginario da superare. Fu lavorando a Ischia con i Delfini del Golfo, musicisti che utilizzavano abitualmente la parlesia, che iniziò a scoprirne il fascino. Quella che ha definito una sorta di “attrazione fatale” avrebbe poi riportato lui e molti altri artisti a riconnettersi con le proprie radici.
Durante l’incontro è emerso anche il legame profondo tra Capone e la tradizione del Neapolitan Power. Lo stesso musicista ha ricordato come fu Pino Daniele, negli anni Ottanta, a introdurlo alla conoscenza della parlesia, trasmettendogli una curiosità che sarebbe riemersa molti anni dopo nella scrittura di Bagaria. Un linguaggio che circolava tra molti protagonisti della scena napoletana, da James Senese a Tony Esposito e Tullio De Piscopo, diventando parte di un patrimonio condiviso ben oltre il semplice gergo di mestiere.
La componente partecipativa resta centrale nel suo modo di intendere la musica. Durante Tammurriata Funicolare, omaggio sonoro a uno dei simboli più riconoscibili del Vomero, alcune bacchette da batteria vengono distribuite tra il pubblico, chiamato a trasformarsi in una grande sezione ritmica collettiva. Non semplici spettatori, ma parte integrante del suono. Una pratica che racconta bene l’idea di comunità musicale perseguita da Capone fin dagli esordi e la sua capacità di trasformare la realtà urbana in paesaggio sonoro.
Il momento più intenso arriva naturalmente con l’esecuzione di Bagaria. Prima di iniziare, Capone dedica il brano a James Senese, richiamando quella che definisce una «fratellanza di pelle» che da sempre li accomuna, e immaginandolo sorridente «mentre starà facendo qualche bagaria da qualche parte». Poi lascia parlare la musica e quella lingua che continua a sottrarsi alle definizioni.
Tra i versi che risuonano nella sala resta impressa una frase: «Ke na ja stemma nunn è libertà».
Forse è anche questo il senso più profondo del progetto: ricordare che non tutto deve essere immediatamente decifrato per essere compreso.
Congedandosi dal pubblico, Capone sorride e tira le somme della serata: «Siamo riusciti a “spunire bagarie” anche in uno spazio piccolo, ma davvero accogliente».
Una battuta in parlesia, certo. Ma anche la fotografia perfetta di un incontro che ha fatto della condivisione, della curiosità e dell’ascolto il proprio linguaggio comune.
Roberta Aurelio
Leggi anche: La musica techno che insegna: oggetti, piante e suoni nella scuola che cambia



