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Da Anubi al divano: il cane come specchio dell’umano

Ci sono un cane randagio che dorme sul gradino di un tempio a Varanasi, un chihuahua in tutina a cuoricini che ha 400.000 follower su Instagram, un pastore tedesco che lavora fianco a fianco con un militare in zona di conflitto e un xoloitzcuintli (il cane senza pelo dei Maya) che nell’iconografia precolombiana guidava le anime dei morti nell’aldilà.

Sono tutti cani, per l’esattezza canis lupus familiaris, stessa specie, stesso DNA di base, eppure le storie che gli abbiamo costruito attorno sono radicalmente diverse. E questa, dal punto di vista di chi studia sia il comportamento umano che quello animale, è la cosa più interessante di tutte: il cane non cambia, cambiamo noi.

Le culture che hanno attribuito al cane un ruolo sacro o soprannaturale sono sorprendentemente numerose e distribuite su ogni continente.

Nell’antico Egitto, Anubi, il dio dalla testa di sciacallo, custode dei morti e guardiano della psicostasia (l’antico rituale religioso della pesatura delle anime utilizzato per giudicare i meriti del defunto nell’aldilà) rappresentava qualcosa di preciso: il cane come mediatore tra i vivi e i morti era già una proiezione culturale potente. Il cane veglia, fiuta, percepisce cose che l’umano non riesce a vedere. È naturale che civiltà prescientifiche abbiano tradotto questa capacità sensoriale superiore in un ruolo cosmologico.

In Mesoamerica, lo Xoloitzcuintli era seppellito insieme ai defunti perché li accompagnasse nel Mictlán, il regno dei morti nella cosmologia nahuatl. Non era un animale qualunque: era un passaporto per l’oltre. Alcune popolazioni indigene delle Americhe credevano che il cane fosse l’unico essere capace di attraversare indenne i confini tra i mondi.

In Grecia, Ecate (la dea della magia e dei crocevia) era accompagnata da cani neri. Anche qui, la soglia, il cane che abita i margini, che sta tra il selvatico e il domestico… tra il vivo e il morto.

Quello che colpisce è che queste proiezioni mitologiche non sono casuali: sono costruite a partire da comportamenti osservabili. Il cane annusa il terreno dove qualcuno è passato ore prima, ulula verso qualcosa che l’occhio umano non individua, rimane vicino a un corpo immobile fino all’ultimo. Le culture antiche hanno preso queste capacità reali e ci hanno ricamato sopra un universo simbolico. Non è superstizione: è interpretazione adattiva di dati sensoriali incomprensibili.

Parallelamente alla sacralizzazione, nella maggior parte delle culture agrarie e nomadi il cane ha avuto per millenni un ruolo rigorosamente funzionale: guardiano del gregge, deterrente contro i predatori, cane da caccia e cane da slitta. Un alleato prezioso, ma non un membro della famiglia.

Questa relazione, rispettosa ma non sentimentalizzata, è ancora molto presente in contesti pastorali e rurali in tutto il mondo, dall’Asia centrale all’Africa subsahariana. Il cane da pastore delle culture nomadi non dorme sul cuscino: ha un lavoro, e quel lavoro definisce il suo posto nella gerarchia sociale del gruppo. Non è sfruttamento ma una forma di relazione che riconosce l’animale per quello che è, cioè un essere con capacità specifiche, senza proiettarci sopra bisogni umani.

C’è una tensione interessante, qui: spesso il cane “da compagnia” delle famiglie occidentali soffre proprio perché privato di qualsiasi funzione. L’istinto al lavoro (che si tratti di fiutare, di controllare il territorio, di eseguire compiti complessi o di scavare buche nel giardino) non sparisce con la domesticazione. Semplicemente non trova sfogo: cane che rosicchia il divano o abbaia compulsivamente non è un cane problematico ma un cane a cui è stato tolto il significato.

Ma non tutte le culture hanno amato i cani. In alcune tradizioni islamiche classiche, il cane è considerato ritualmente impuro (najis) e il contatto con la sua saliva richiede una purificazione. Questo non significa sistematicamente e necessariamente crudeltà verso l’animale, ma implica una distanza netta, una categorizzazione radicalmente diversa da quella occidentale.

In alcune culture dell’Asia orientale il cane era (ed è, in alcuni casi) un alimento, cosa che in Occidente genera reazioni viscerali fortissime, ma che solleva una domanda antropologica legittima: perché il maiale sì e il cane no? La risposta non è razionale, è culturale, è affettiva e sì, è costruita.

Questa asimmetria è uno dei fenomeni più studiati nell’antropologia del rapporto uomo-animale: la linea di confine tra “animale da compagnia” e “animale da cibo” non esiste in natura, la tracciamo noi, e la tracciamo in modo diverso a seconda di dove siamo nati.

Torniamo al presente. Nelle culture occidentali contemporanee, il cane ha attraversato una trasformazione semantica radicale: da lavoratore a membro della famiglia, da membro della famiglia a surrogato affettivo.

I dati demografici parlano chiaro: in Italia, secondo le ultime rilevazioni, i cani nelle famiglie superano i 4 milioni. In molti casi vengono chiamati figli, vestiti, fotografati, portati in vacanza, inseriti nelle cerimonie nuziali e i social hanno creato un’industria attorno alla loro immagine.

Questa evoluzione non è neutra. Il cane è diventato un oggetto di proiezione affettiva molto potente, capace di offrire quella cosa rara che molte relazioni umane faticano a garantire: presenza incondizionata, non giudizio, disponibilità emotiva costante in un’epoca di relazioni sempre più frammentate e digitalmente mediate. Insomma, il cane risponde a un bisogno di attaccamento concreto, fisico e ovviamente affidabile.

Il problema è quando questa proiezione prende il sopravvento sull’osservazione: il cane antropomorfizzato smette di essere visto per quello che è, una specie con una cognizione propria, bisogni specie-specifici, un sistema comunicativo che non è il nostro. Insomma amarlo non basta, se non si impara anche a leggerlo.

In fondo, quello che la storia del rapporto tra umani e cani ci dice non riguarda i cani: riguarda noi. Ogni cultura ha costruito il cane a propria immagine e somiglianza: sacro dove si temeva la morte, utile dove si sopravviveva con la fatica, impuro dove la purezza rituale organizzava la vita sociale oppure figlio dove si cercava un antidoto alla solitudine.

Il cane è rimasto più o meno lo stesso (curioso, adattivo, orientato al gruppo, straordinariamente capace di leggere l’umano…). Siamo noi a cambiare le storie che gli raccontiamo intorno.

E forse il modo più onesto per relazionarsi con lui è imparare a vederlo anche al di là di queste storie. Non solo come specchio di ciò che vogliamo, ma come interlocutore con una sua soggettività

Non Anubi, non il figlio che non hai avuto e non il collaboratore perfetto. Semplicemente, un cane, con tutto quello che questo, già di per sé, significa.

Elisabetta Carbone

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Elisabetta Carbone

Elisabetta Carbone è psicologa clinica e sessuologa con orientamento sistemico-relazionale. Si occupa di relazioni, identità, narrazioni individuali e familiari, con uno sguardo attento alle dinamiche culturali e sociali che attraversano la psiche. Fondatrice dello studio Oikos, scrive di salute mentale con un linguaggio accessibile ma rigoroso, costruendo ponti tra psicologia e società. Vegetariana convinta, non fa un passo senza Teo, il suo inseparabile compagno a quattro zampe.
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