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Insegnamento di ieri e di oggi: siamo migliorati?

Dal modello trasmissivo del secondo Novecento alla scuola inclusiva contemporanea: un’analisi approfondita tra dati, trasformazioni culturali e nuove sfide educative.

C’è una domanda che ritorna ciclicamente, quasi come un ritornello sommesso ma persistente, nelle sale dei docenti, nei corridoi e nelle riflessioni individuali di chi vive la scuola ogni giorno: si insegnava meglio una volta oppure oggi? Il confronto tra la scuola degli anni Settanta, Ottanta e Novanta e quella contemporanea non è soltanto una questione di metodo, ma una lente attraverso cui osservare il cambiamento della società, della cultura e persino dell’idea di conoscenza. Dietro questa domanda si nasconde un nodo più profondo: capire se la scuola abbia perso efficacia o se, invece, abbia semplicemente cambiato forma per rispondere a un mondo radicalmente diverso. Per affrontare seriamente il problema, bisogna uscire sia dalla nostalgia sia dalla difesa acritica del presente, e provare a leggere dati, esperienze e trasformazioni con uno sguardo lucido.

La scuola del secondo Novecento: stabilità e trasmissione del sapere

Tra gli anni Settanta e Novanta, la scuola italiana si muoveva all’interno di un quadro relativamente stabile, caratterizzato da una forte centralità del docente e da un modello didattico prevalentemente trasmissivo. L’insegnante rappresentava una figura autorevole, spesso indiscussa, la cui parola costituiva il punto di riferimento principale per l’apprendimento. La lezione frontale non era solo una modalità tra le tante, ma il cuore stesso dell’attività didattica. Lo studente, in questo contesto, assumeva un ruolo di ascolto, studio e rielaborazione individuale.

Questo sistema, per molti aspetti, garantiva una certa linearità. I tempi dell’apprendimento erano scanditi con chiarezza, il programma costituiva una guida precisa e la valutazione aveva una funzione selettiva esplicita. Non tutti erano destinati a raggiungere gli stessi risultati, e questa consapevolezza era, in qualche modo, accettata socialmente. La scuola non si poneva come obiettivo primario quello di portare tutti allo stesso livello, ma piuttosto di distinguere, orientare e selezionare.

È innegabile che questo modello avesse una sua efficacia, soprattutto in termini di trasmissione sistematica delle conoscenze. L’assenza di distrazioni tecnologiche, la maggiore uniformità culturale e un rapporto più diretto con il sapere favorivano la concentrazione e la continuità dello studio. Tuttavia, questa apparente solidità nascondeva anche limiti significativi. Chi non riusciva a stare al passo spesso veniva lasciato indietro, e le differenze individuali erano raramente oggetto di attenzione strutturata. Era una scuola che funzionava bene per alcuni, ma non per tutti.

Il mutamento culturale: dalla società stabile alla complessità contemporanea

Per comprendere davvero il cambiamento dell’insegnamento, bisogna allargare lo sguardo oltre la scuola e considerare la trasformazione della società. Negli ultimi decenni, il contesto culturale è diventato sempre più complesso, frammentato e accelerato. Le certezze che caratterizzavano il passato si sono progressivamente indebolite, lasciando spazio a una pluralità di riferimenti spesso in tensione tra loro.

Gli studenti di oggi non crescono più in un ambiente culturalmente omogeneo. Sono esposti fin dall’infanzia a una quantità enorme di stimoli, informazioni e linguaggi. Questo ha modificato profondamente il loro modo di apprendere, di concentrarsi e di relazionarsi con il sapere. La conoscenza non è più percepita come qualcosa di stabile e definitivo, ma come un flusso continuo, in cui le informazioni si susseguono rapidamente.

In questo scenario, la scuola non può restare immobile. Il modello trasmissivo, pur mantenendo una sua validità, non è più sufficiente a rispondere alle esigenze di studenti che vivono in un contesto completamente diverso rispetto a quello di qualche decennio fa. L’insegnamento deve necessariamente confrontarsi con questa complessità, e questo contribuisce a renderlo più articolato rispetto al passato.

La rivoluzione digitale e la crisi dell’attenzione

Uno degli elementi più evidenti di questa trasformazione è rappresentato dalla diffusione delle tecnologie digitali. Gli studenti di oggi sono abituati a interagire con contenuti rapidi, visivi e immediati. L’attenzione tende a essere più breve, più discontinua, meno incline alla concentrazione prolungata.

Questo non significa che gli studenti siano meno intelligenti o meno capaci, ma che il loro modo di apprendere è cambiato. La scuola, tuttavia, continua a richiedere forme di attenzione e di elaborazione che appartengono a un modello precedente. Da qui nasce una tensione evidente tra il modo in cui si insegna e il modo in cui si apprende.

Il docente si trova così a dover affrontare una sfida inedita: non solo trasmettere contenuti, ma creare le condizioni affinché l’attenzione possa emergere e mantenersi. È un compito complesso, che richiede competenze nuove e una continua capacità di adattamento.

I dati sull’apprendimento: un quadro complesso

Quando si parla di efficacia dell’insegnamento, è inevitabile interrogarsi sui dati. Le indagini internazionali, come quelle condotte dall’OCSE attraverso il programma PISA, offrono uno strumento utile per valutare le competenze degli studenti in ambito di lettura, matematica e scienze.

Negli ultimi anni, questi dati mostrano un quadro non del tutto rassicurante. A livello internazionale si è registrato un calo significativo delle competenze, in particolare in matematica e comprensione del testo. Anche in Italia si osservano flessioni, soprattutto dopo il 2018, con un peggioramento più marcato in matematica e una stabilità relativa in lettura.

Tuttavia, questi dati devono essere interpretati con cautela. Il confronto con il passato non è immediato, perché il contesto è profondamente cambiato. Oggi una quota molto più ampia di studenti accede all’istruzione e completa il percorso scolastico rispetto a qualche decennio fa. Questo significa che il sistema sia diventato più inclusivo, ma anche più complesso da gestire.

In altre parole, non è detto che si impari “meno” in senso assoluto, ma è certo che si apprenda in condizioni più difficili e con una platea più ampia e diversificata.

Inclusione e personalizzazione: una conquista difficile

Uno degli aspetti più rilevanti della scuola contemporanea è l’attenzione all’inclusione. La presenza di studenti con bisogni educativi speciali, disturbi specifici dell’apprendimento e situazioni di fragilità ha portato a una trasformazione profonda delle pratiche didattiche.

Il docente non può più limitarsi a proporre un unico percorso valido per tutti, ma deve progettare attività differenziate, adattare materiali e individuare strategie personalizzate. Questo rappresenta un progresso significativo dal punto di vista etico e pedagogico, ma comporta anche un aumento considerevole della complessità del lavoro.

La classe non è più un gruppo omogeneo, ma un sistema articolato, in cui coesistono livelli, esigenze e ritmi diversi. In questo contesto, insegnare diventa un esercizio di equilibrio continuo, in cui ogni scelta didattica deve tenere conto di molteplici variabili.

Il cambiamento del ruolo del docente

Un altro elemento centrale del confronto tra passato e presente riguarda la figura del docente. Se negli anni passati l’autorità era in gran parte riconosciuta a priori, oggi essa deve essere costruita attraverso la relazione, la competenza e la coerenza.

Il docente contemporaneo è chiamato a essere non solo un esperto della propria disciplina, ma anche un educatore capace di gestire dinamiche relazionali complesse. Deve saper comunicare, motivare, ascoltare e mediare. Questo rende il ruolo più ricco, ma anche più esposto.

La perdita di un’autorità automatica può essere percepita come una difficoltà, ma rappresenta anche un’opportunità. Permette di costruire un rapporto più autentico con gli studenti, basato non sulla distanza, ma sulla fiducia.

Pressioni esterne e nuove responsabilità

La scuola di oggi è al centro di aspettative molteplici. Le famiglie, le istituzioni e l’opinione pubblica contano sui docenti, sperano in loro, li guardano, li giudicano, chiedono risultati, inclusione e innovazione. La prova del nove è stata durante il difficile periodo del Covid in cui gli insegnanti si sono dovuti reinventare (la DAD) per offrire un’istruzione quanto più dignitosa ai ragazzi in quel biennio di parentesi vitale. Al tempo stesso, sempre nei confronti dei docenti, il sistema richiede documentazione, progettazione e aggiornamento continuo.

Un “povero” prof si trova così a dover operare in un contesto in cui le richieste aumentano costantemente, senza che il più delle volte corrispondano risorse adeguate. Questo contribuisce a generare una percezione di fatica e, talvolta, di frustrazione.

Rispetto al passato, l’insegnamento appare meno lineare e più esposto a variabili esterne. Ma è anche più inserito in una rete di responsabilità condivise.

Meglio prima o meglio oggi: una falsa alternativa

Arrivati a questo punto, la domanda iniziale può essere riformulata. Non si tratta di stabilire se si insegnasse meglio prima o oggi, ma di comprendere che si tratta di due modelli profondamente diversi, ciascuno legato al proprio tempo.

La scuola del passato era più efficace nella trasmissione lineare del sapere, ma meno attenta alle differenze individuali. Quella di oggi è più inclusiva e consapevole, ma deve confrontarsi con una complessità molto maggiore.

Mettere a confronto questi due modelli senza considerare il contesto rischia di portare a conclusioni semplicistiche.

Un punto di vista personale

Se devo prendere posizione, lo faccio senza ambiguità: non credo che la scuola di ieri fosse “migliore” in senso assoluto. Era più semplice, questo sì. Più lineare, più prevedibile, meno esposta. Ma anche più rigida, meno inclusiva e meno attenta alle persone.

La scuola di oggi è più faticosa, più contraddittoria, a tratti persino disorientante. Ma è anche più consapevole. Ha capito che insegnare non significa solo trasmettere contenuti, ma entrare in relazione con soggetti complessi, portatori di storie, fragilità e potenzialità diverse.

I dati sull’apprendimento, con le loro ombre, non devono essere ignorati. Sarebbe ingenuo farlo. Ma non possono nemmeno essere letti come una prova definitiva del fallimento della scuola contemporanea. Piuttosto, sono il segnale di una trasformazione in atto, che richiede nuovi strumenti, nuove riflessioni e nuove strategie.

In fondo, la vera differenza sta qui: oggi insegnare non è più un’azione che si esaurisce nella spiegazione. È un processo continuo di adattamento, di ascolto e di costruzione di senso.

E questo, per quanto più complesso, è anche più profondamente umano.

Forse non si insegna meglio o peggio. Si insegna dentro un mondo diverso. E la vera sfida non è tornare indietro, ma imparare ad abitare, con lucidità e responsabilità, la complessità del presente.

Marco Della Corte

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Marco Della Corte

Sono docente di materie umanistiche al liceo e giornalista pubblicista iscritto all’ODG Campania. Mi occupo di cronaca, letteratura e cultura, con particolare attenzione alla cronaca nera, al gossip, ai misteri e alla storia della televisione italiana. Nei miei articoli unisco analisi dei fatti, contesto storico e cura delle fonti, privilegiando uno stile giornalistico chiaro e diretto. Nel tempo libero mi diletto con la scrittura di libri e saggi.
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