Viaggio nei set più sorprendenti dei videoclip musicali

Una volta si diceva “Video Killed the Radio Star”, oggi sappiamo che non è così, anzi. I videoclip musicali hanno ampliato la visibilità e la popolarità di canzoni e artisti, trasformandosi spesso in veri e propri dispositivi narrativi.
La scelta di un luogo — che sia un museo, un deserto o un incrocio urbano — non è mai casuale: orienta lo sguardo, costruisce un immaginario, aggiunge tensione. In alcuni casi diventa persino la chiave di lettura del pezzo. Non scenografia, ma gesto creativo. Un’estensione precisa, pensata, quasi necessaria.
L’aeroporto come non-luogo emotivo – Parigi-Charles de Gaulle
Nel videoclip di Let It Happen dei Tame Impala, l’estetica psichedelica si intreccia con ambientazioni che evocano il senso di transito e sospensione tipico degli aeroporti. L’idea di associare un luogo di passaggio — come l’Aeroporto di Parigi-Charles de Gaulle — a una narrazione così surreale amplifica il contrasto tra quotidiano e immaginario. L’aeroporto diventa simbolo: di attese, di partenze emotive, di qualcosa che resta in bilico.
Tokyo, Shibuya e la psichedelia urbana
Nel progetto LSD, A$AP Rocky trasforma Shibuya Crossing in un’esperienza sensoriale. Il celebre incrocio di Tokyo, uno dei più trafficati al mondo, diventa un flusso liquido di luci, corpi e percezioni alterate.
Qui la città non è solo scenario: è ritmo, è allucinazione, è identità visiva che si fonde con il beat. Il caos urbano viene rallentato, distorto, reso quasi onirico.
Un castello fuori dal tempo – Château de Fontainebleau
Con Born to Die, Lana Del Rey costruisce un immaginario sospeso tra malinconia e regalità decadente. Le riprese richiamano atmosfere aristocratiche europee, con riferimenti a location come il Château de Fontainebleau, uno dei castelli più iconici della Francia. Il risultato è una narrazione visiva che mescola sacro e profano, lusso e fragilità emotiva. Il castello diventa una gabbia dorata, perfetta per raccontare l’estetica malinconica dell’artista.
Il Louvre come palco pop
Quando Beyoncé e Jay-Z — insieme come The Carters — pubblicano Apeshit, succede qualcosa di raro: il Museo del Louvre viene completamente risignificato.
Non più solo tempio dell’arte classica, ma spazio performativo contemporaneo. Le coreografie davanti alla Gioconda e alle grandi tele rinascimentali ribaltano le gerarchie culturali in un’atmosfera dark, sospesa, quasi sacrale: il pop entra nel museo e non chiede permesso. Lo occupa, lo reinterpreta, lo rende vivo.
Il deserto come mitologia hip-hop – El Mirage Dry Lake
Molto prima che l’estetica “desertica” diventasse una tendenza, 2Pac e Dr. Dre avevano già trasformato uno spazio reale in icona visiva. Nel videoclip di California Love, le riprese nel El Mirage Dry Lake in California, costruiscono un immaginario post-apocalittico e tribale.
Distese aride, veicoli modificati, corpi e sabbia: il deserto diventa una visione alternativa della West Coast, lontana dal glamour urbano ma carica di potenza simbolica. È una Los Angeles trasfigurata, quasi mitologica.
Senza gravità: il videoclip impossibile
E poi c’è chi va oltre ogni limite fisico. Con Upside Down & Inside Out, gli OK Go girano un videoclip durante un vero volo parabolico sopra la Russia.
A bordo di un aereo modificato — un Ilyushin Il-76 utilizzato per simulare l’assenza di gravità — la band sfrutta brevi intervalli di microgravità per creare una coreografia sospesa, letteralmente. Nessun effetto speciale: tutto reale.
Il risultato è un’esperienza visiva che sfida la percezione, trasformando lo spazio in qualcosa di fluido, instabile, quasi surreale.
Roberta Aurelio
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