L’ultimo Maestro: In memoria di Romano Luperini e della sua idea di Scuola

Con la scomparsa di Romano Luperini, il panorama culturale italiano perde uno dei suoi più autorevoli critici letterari e una figura centrale nel modo di intendere l’insegnamento della letteratura.
Luperini non è stato solo l’autore dei manuali su cui generazioni di studenti hanno studiato Verga o Montale; è stato interprete di un’idea di letteratura come strumento di emancipazione e consapevolezza.
Nato a Lucca nel 1940, la sua carriera ha intrecciato rigore filologico e impegno civile. Dalla militanza giovanile alla fondazione di riviste come Allegoria, Luperini ha sempre rifiutato una cultura separata dalla realtà. Per lui, il testo letterario era un campo di confronto vivo, capace di interrogare il presente.
Una sintesi particolarmente chiara del suo pensiero si trova nella Lettera agli Insegnanti. In un contesto segnato da riforme spesso orientate in senso tecnico e produttivo, le sue parole suonano come un richiamo netto al ruolo civile della scuola.
“La Costituzione vi chiede di formare dei cittadini, non dei consumatori o dei produttori. Voi entrate ogni giorno in aula per insegnare la letteratura e insieme la democrazia.”
Qui emerge il nucleo della sua visione: insegnare non significa trasmettere contenuti, ma formare soggetti consapevoli. La sua critica a una scuola “aziendalizzata” non nasceva da nostalgia, ma dalla preoccupazione che venisse meno lo spazio per il pensiero critico.
Tra i contributi più significativi di Luperini, inoltre, c’è il concetto di “comunità ermeneutica”. Leggere un testo, secondo lui, implica una doppia operazione: comprendere il contesto e costruire un’interpretazione condivisibile.
“Non solo e non tanto il significato per me, ma potenzialmente un significato per la intera comunità dei lettori. […] A tutti è data la possibilità di parlare liberamente e di interpretare un testo, ma prima ognuno deve sapere ciò di cui si parla.”
La classe diventa così uno spazio di confronto regolato: la parola è libera, ma fondata sulla conoscenza. È una posizione che mantiene oggi una particolare attualità, in un contesto spesso segnato da opinioni immediate e poco argomentate. In questa prospettiva, il docente non è un semplice esecutore di programmi, ma un mediatore culturale. Ridurre il suo ruolo a funzione tecnica significa impoverire il senso stesso dell’insegnamento.
Luperini ha sempre cercato di mettere in relazione la tradizione letteraria con le tensioni del presente. I suoi studi sul Modernismo e sulla crisi dell’intellettuale nel Novecento non erano esercizi accademici isolati, ma tentativi di comprendere la condizione contemporanea.
Nella Lettera agli Insegnanti, si rivolge ai colleghi con un tono diretto:
“Ho dedicato la mia vita in gran parte alla scuola. […] Esistono ancora degli spazi di libertà, sempre più marginali, è vero, ma esistono. Cerchiamo di riempirli di contenuti di senso.”
Non è una visione consolatoria, ma un invito a riconoscere e utilizzare gli spazi ancora disponibili. La sua riflessione sulla marginalizzazione della cultura umanistica resta aperta e discutibile, ma continua a sollevare una questione centrale: quale ruolo attribuiamo oggi alla formazione critica?
Ricordare Romano Luperini non significa soltanto celebrarne la figura, ma interrogarsi sull’eredità del suo lavoro. I suoi testi continuano a essere strumenti di studio e, soprattutto, occasioni di discussione.
Il suo insegnamento più duraturo forse sta qui: nella necessità di non ridurre la letteratura a puro oggetto di consumo culturale, ma di mantenerla come pratica di interpretazione e confronto.
In un contesto in cui gli spazi per la riflessione sembrano ridursi, la sua proposta resta esigente: fare della lettura un’esperienza condivisa e consapevole. Non una promessa di trasformazione radicale, ma una possibilità concreta di comprendere meglio il mondo e il proprio ruolo al suo interno.
Grazie, Professore.
La tua “comunità ermeneutica” continua a interrogare, discutere e leggere —
come una voce che non si spegne, ma passa di aula in aula,
di pagina in pagina,
restando ogni volta diversa, e ogni volta necessaria.
Antonio Palumbo
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