Così cinquant’anni di Apple hanno rivoluzionato l’immaginario comune

Dall’idea che si possa fare impresa da un garage alla possibilità di avere in tasca tutta la musica del mondo: l’azienda di Steve Jobs ha imposto, fin dalle origini, rivoluzioni culturali prima che tecnologiche.
Cinquant’anni fa, nell’aprile 1976, nasceva Apple. Di cose, da quei primi giorni – matti e disperatissimi – in cui Jobs e Wozniak in un garage di Los Altos, California, inseguivano il sogno di un microprocessore attaccato a una tastiera e un mouse, ne sono cambiate e molte. Oggi Apple è un’azienda quotata circa 365 miliardi di dollari, ma soprattutto tra quelle che più hanno rivoluzionato l’immaginario comune: con il proprio modo di essere prima, più che con i propri prodotti.
Del guru di Apple i più ricordano il discorso di Stanford: un assolo appassionato in cui Steve Jobs invitava i neolaureati della prestigiosa università americana a restare «affamati e folli», di quella stessa fame e follia che avevano portato la Apple a credere in progetti – un computer che fosse per tutto e per tutti, un dispositivo in cui entrasse molta più musica di quanta una persona normale potesse avere bisogno nel corso della vita, un cellulare che facesse anche da fotocamera, stereo, TV, banca e via di questo passo – che i più continuavano a considerare irrealizzabili.
Se i primi 50 anni di Apple, del resto, hanno qualcosa da insegnare a chi vuole fare impresa – e non solo – è credere nella forza delle idee prima che in business model, piani di sostenibilità e simili: se all’alba della propria impresa Jobs e Wozniak non lo avessero fatto, e non avessero venduto una calcolatrice scientifica e un vecchio furgoncino Volkswagen pur di racimolare un capitale iniziale di poche migliaia di euro, non ci sarebbero stati Apple e tutto quello che è venuto dopo.

Il mito della startup, futuro unicorno, che può nascere anche con pochi mezzi e di fortuna è senza dubbio uno dei principali modi in cui nei suoi cinquant’anni di storia Apple ha permeato l’immaginario comune dando vita a un’intera generazione di imprenditori motivati più che formati, ostinati a seguire un sogno forse più che allenati a interpretare i mercati e i loro segnali.
Non tutte le nuove idee di business, però, hanno la forza dirompente di un computer colorato che sta bene anche in cucina e che può essere usato con estrema facilità anche per scrivere la lista della spesa (l’iMac) e non tutti gli imprenditori sono Steve Jobs e Steve Wozniak nella California dei tardi Anni Settanta. Qualcuno aggiungerebbe che neanche la California è affatto più quella in cui cinquant’anni fa nacque Apple. L’aberrazione rispetto al “modello Apple” rischia di essere quella di imprese che nascono con entusiasmo, ma difficilmente durano in vita più di cinque anni.

Modelli di business a parte, in cinquant’anni, Apple ha agito sull’immaginario comune in modi a volte difficili persino da immaginare.
Prima di avere in tasca un iPod nessuno avrebbe potuto pensare di uscire con tutta la propria musica preferita a portata di mano. O, sarebbe meglio dire, a portata di swipe a dimostrazione di come la tecnologia a cui Apple ha aperto le porte ha cambiato persino i linguaggi quotidiani.
Nel “dopo Apple” sono diventati normali gesti come, sempre per restare in tema di musica, aprire un negozio virtuale e trovare a disposizione un catalogo praticamente infinito di brani a costo zero o quasi – con buona pace, certo, di chi coi negozi di musica ci pagava le bollette – o, passando a tutto ciò che oggi si può fare con un iPhone, rivelare il sesso del nascituro in videochiamata ai nonni lontani, acquistare titoli e azioni con pochi tap dall’app della banca, montare video professionali in pochi secondi.
(L’illusione di) avere il mondo a portata di mano e poterne più facilmente «connettere i puntini» è la rivoluzione di pensiero più potente in cui è riuscita Apple nei suoi cinquant’anni.
Il potere dirompente della creatura di Jobs e Wozniak avrebbe dovuto suggerirlo già il famoso primo spot del Macintosh, diretto da Ridley Scott e premiato da molti addetti ai lavori tra le migliori pubblicità di sempre. Durante l’intervallo del Super Bowl 1984 gli americani videro una donna, in t-shirt bianca con stampato il prototipo del primo computer Apple, correre verso lo schermo e distruggerlo: una scena orwelliana che segnava iconicamente la fine di tutto ciò che era noto, come le “vecchia” tecnologia IBM, e sbaragliava le porte alla rivoluzione culturale Apple.

Virginia Dara
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