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Perché il nostro cervello ama le storie: la scienza dello storytelling

Un nuovo studio spiega come lo stile narrativo influenzi la memoria: storie concettuali e percettive attivano percorsi diversi nel cervello e cambiano ciò che ricordiamo.

In un mondo saturo di racconti, dalle serie TV ai video dei vari social network, dai podcast alle breaking new, va però ricordato che non tutte le storie lasciano lo stesso segno. Alcune si fissano nella memoria come fotografie nitide, altre scivolano via nel giro di poche ore. La differenza, suggerisce oggi la neuroscienza, non sta solo in cosa viene raccontato, ma soprattutto in come.

Un recente studio pubblicato sul Journal of Neuroscience da un team della McGill University guidato da Signy Sheldon ha mostrato che lo stile narrativo influisce direttamente sul modo in cui il cervello costruisce i ricordi. Le storie, in altre parole, non sono semplici contenitori di informazioni: modellano i percorsi della memoria.

Due modi di raccontare, due memorie diverse

I ricercatori hanno lavorato su un’idea semplice ma potente: raccontare la stessa identica storia in due modi differenti. Da un lato una narrazione concettuale, ricca di riflessioni, emozioni, interpretazioni personali. Dall’altro una narrazione percettiva, fatta di dettagli sensoriali concreti: ciò che si vede, si sente, si tocca. Gli eventi centrali restavano invariati, andare al ristorante, fare la spesa, prendere un volo, ma cambiava il contesto narrativo. Un tavolo non era solo un tavolo: poteva diventare una sorpresa piacevole sul tetto di un edificio, oppure una superficie ruvida con il bracciolo scheggiato sotto le dita. Attraverso la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno osservato cosa accadeva nel cervello di 35 partecipanti mentre ascoltavano queste storie e, successivamente, quando cercavano di ricordarle.

Il cervello sceglie il percorso

Il risultato è affascinante: le due forme di narrazione attivavano reti di memoria diverse. Le storie concettuali stimolavano maggiormente l’ippocampo in connessione con il default mode network, una rete cerebrale legata al significato personale, alla riflessione, alle emozioni. Le storie percettive, invece, coinvolgevano aree più legate all’elaborazione sensoriale, come le regioni visive e uditive. Entrambe permettevano di ricordare correttamente gli eventi principali, ma seguendo strade neurali differenti. È come se il cervello potesse arrivare allo stesso ricordo scegliendo sentieri diversi: uno più interpretativo, l’altro più concreto. Non solo. Il tipo di attività cerebrale durante l’ascolto si è rivelato predittivo: osservando quali reti si attivavano, i ricercatori potevano anticipare quanto bene quella storia sarebbe stata ricordata in seguito.

Età, media e memoria

Lo studio apre anche a una riflessione generazionale. Le ricerche suggeriscono che gli adulti più anziani tendono a utilizzare maggiormente il sistema di memoria concettuale, mentre i più giovani sembrano affidarsi di più a quello percettivo. Tradotto: lo stesso messaggio potrebbe funzionare meglio, o peggio, a seconda di come viene raccontato e a chi. Un’intuizione che diventa cruciale nell’epoca dei social media. Un recente sondaggio del Pew Research Center ha rilevato che una persona su cinque negli Stati Uniti si informa principalmente attraverso TikTok, un mezzo visivo, rapido, sensorialmente “caldo”. Storie immediate, coinvolgenti, ma spesso fugaci. La neuroscienza suggerisce che questa dieta mediatica potrebbe favorire ricordi intensi ma meno integrati in una cornice di significato personale.

McLuhan aveva (forse) ragione

Non è un caso che questi risultati riecheggino una vecchia intuizione di Marshall McLuhan. Per il teorico dei media, esistevano media “caldi” (come la radio o il cinema) e “freddi” (come il libro o la tv): i primi offrono un’alta quantità di informazioni, ma richiedono una bassa partecipazione, mentre i secondi richiedono un’alta partecipazione perché danno meno informazioni. Oggi potremmo dire che attivano memorie diverse. La narrazione scritta, i podcast, l’audio stanno a metà strada: abbastanza aperti da coinvolgere, abbastanza guidati da orientare il significato. Ed è forse qui che si gioca una delle sfide culturali più importanti del nostro tempo.

Raccontare è anche un atto di responsabilità

Questa ricerca ci ricorda che raccontare non è mai neutrale. Il modo in cui condividiamo una storia plasma non solo ciò che viene ricordato, ma come viene ricordato. In un’epoca in cui l’informazione corre veloce, capire come funziona la memoria significa anche interrogarsi su che tipo di cittadini, di lettori, di esseri umani stiamo formando. Perché le storie non servono solo a intrattenere. Servono a costruire senso. E il cervello, silenziosamente, lo sa da sempre e ne viene inevitabilmente plasmato.

Riccardo Pallotta

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Riccardo Pallotta

Giornalista e social media manager freelance. Tolentinate itinerante, collabora con vari giornali e magazine sia online che offline. Scrive principalmente di ambiente e innovazione tecnologica quando non pianifica strategie di comunicazione ad hoc per aziende e privati. Gira il mondo coordinando gruppi di ragazzi, tra una pausa e l'altra di un allenamento di kung fu Shaolin.
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