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Le case chiodo, la resistenza della Cina verso il progresso

Mentre l’organizzazione cinese conquista spazi rapidamente, alcuni abitazioni resistono alla demolizione: le case chiodo sono divenute simbolo del conflitto tra lo sviluppo urbano e il diritto del singolo cittadino.

Nel bel mezzo di un oceano di cemento e acciaio a volte resta una casa sola. Intorno tutto cambia, i quartieri spariscono e i grattacieli prendono il posto degli alberi. Quella casa tutta sola, invece, resta. È una casa chiodo: in Cina le chiamano dingzihu, quelle famiglie che si rifiutano di andar via da quelle aree destinate alla demolizione e alla ricostruzione. Come un chiodo ben piantato, non si lasciano estrarre. Resistono.

C’è chi dice no

Lo scenario surreale che sembra protagonista di un romanzo distopico racconta una storia, anzi 1000 storie di chi decide di dare voce allo scontro tra l’urbanizzazione e l’individuo. Negli ultimi decenni la Cina ha vissuto una delle più rapidi urbanizzazioni della storia: intere città sono state ridisegnate e la vita di migliaia di persone è stata (s)travolta. Sempre più frequenti sono le espropriazioni, e nonostante gli indennizzi offerti ai residenti, c’è chi dice no.

Le case chiodo non rappresentano solo una battaglia legale; esse sono simbolo di chi non ferma il progresso, ma lo costringe a rallentare, a dare posto all’individuo e non non solo alla collettività.

Le case chiodo tra politica e psicologia

Non è solo urbanistica: le case chiodo affrontano una questione profondamente psicologica che tocca l’identità del singolo e la sua dignità. La casa non sempre è un semplice bene immateriale; è una proiezione della propria identità con all’interno ricordi e relazioni. Perderla, per scelta di uno Stato o di un’impresa, rappresenta una reale rottura della propria storia. Le utenze tagliate, il rumore continuo e la stigmatizzazione sociale, al di là della resistenza, nonostante divengano simbolo di una prigione emotiva, sono un modo per preservare l’onore personale e della famiglia.

Le case chiodo – alla cui visione siamo abituati attraverso fotografie famose e testimonianze – hanno un significato che va ben oltre il cemento: ci ricordano che ogni città è fatta non di edifici, ma di singole entità e di singole storie e che il progresso senza la speranza è attuato per l’economia e non per le persone.

Antonietta Della Femina

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Immagine generata con IA

Antonietta Della Femina

Classe ’95; laureata in scienze giuridiche, è giornalista pubblicista. Ha imparato prima a leggere e scrivere e poi a parlare. Alcuni i riconoscimenti e le pubblicazioni, anche internazionali. Ripete a sé e al mondo: “meglio un uccello libero, che un re prigioniero”. L’arte è la sua fuga dal mondo.
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