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Il Carnevale maschile sardo: riti arcaici e identità 

In Sardegna il Carnevale non è solo una festa: riti antichi e maschere mettono in scena il rapporto tra uomo e natura. Da Mamoiada a Ottana, il carnevale maschile sardo racconta una regione ancestrale.

Gesti ripetuti, suoni cupi e maschere che raccontano un tempo lontano: il carnevale maschile sardo non è una festa colorata. A Mamoiada figure tradizionali, custodi di riti che affondano le loro radici in un passato precristiano, sfilano per la città con passi lenti e sincronizzati, piegati sotto il peso di pelli scure, maschere nere di legno e campanacci. I Mamuthones e Issohadores si muovono seguendo la storia tramandata di generazione in generazione: ogni loro passo richiama il ciclo della natura, la fertilità e il passaggio dall’inverno alla primavera. A pochi km di distanza, a Ottana, i Boes e Merdules mettono in scena una lotta tra buoi e pastori: una narrazione cruda e violenta che rievoca l’equilibrio labile tra istinto e controllo, tra civiltà e natura. 

Invece a Orotelli i Sos Thurpos si sporcano il viso di fuliggine, indossano pesanti campanacci e rompono il silenzio della loro processione solo attraverso lamenti gutturali. 

Il carnevale maschile sardo: un rito, non uno spettacolo 

Nel Su Carrasegare, carnevale arcaico sardo, le maschere non rappresentano un personaggio, ma incarnano la natura, gli animali, il caos, la morte, la rinascita. Le figure sono parte di riti propiziatori legati alla fertilità della terra e al ciclo agricolo. La scelta di circoscrivere questi riti agli uomini non è un’esclusione moderna, ma ha ragioni storiche: i riti legati alla fertilità della terra e al ciclo agricolo erano affidati agli uomini, pastori e allevatori. Inoltre, molte maschere sarde non rappresentavano persone, bensì esseri nominali e poiché nella visione tradizionale il compito di esporsi simbolicamente a rischio era riservato agli uomini adulti, anche durante il carnevale veniva ribadita tale scelta.

La storia del carnevale maschile sardo

Alcune fonti etnografiche, antropologiche e storiche testimoniano il carnevale maschile sardo. Già partire dal XVIII secolo molti viaggiatori descrissero il carnevale barbaricino, come una festa durante la quale compaiono “uomini mascherati”, “ pastori travestiti” e “giovani del paese”. Non vi è una prova diretta e per iscritta della cultura sarda: le testimonianze raccolte nel secolo scorso non lasciano adito a pensare che in precedenza vi fossero di maschere femminili: gli anziani hanno sempre ribadito che “la maschera l’hanno sempre fatta gli uomini”. La storia, attestata, è arrivata a noi tramite la tradizione orale e l’esclusività maschile durante il carnevale è ricordata come originaria. I riti hanno origini molto antiche, prima del cristianesimo, e vanno letti come riti agropastorali di passaggio. Nei secoli il caso ha voluto che si sovrapponessero al carnevale nel senso moderno: le comunità celebravano il sacro misto al profano, la fertilità e la natura.

Il carnevale maschile sardo oggi

In una società in cui spesso e volentieri prendiamo in prestito le tradizioni oltre oceano, la Sardegna è sempre stata controcorrente: il carnevale maschile sardo è ancora vivo e celebrato ogni anno in molti paesi dell’isola, soprattutto nelle aree interne. Molti gruppi culturali e associazioni locali promuovono progetti ed eventi per tenere viva la tradizione pastorale e manifestazioni come quelle di Mamoiada si tengono in maniera regolare nel periodo carnevalesco e durante i falò di Sant’Antonio. 

Eventi 

Nella giornata di oggi, 17 febbraio e nella giornata di sabato 21 e domenica 22, in molte città viene celebrato il carnevale “storico” dell’isola: a Mamoiada, a Dorgali e a Tempio Pausania sono messi in scena eventi più caratteristici, mentre in altre località dell’isola il carnevale viene festeggiato con sfilate e carri allegorici.

Antonietta Della Femina

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Antonietta Della Femina

Classe ’95; laureata in scienze giuridiche, è giornalista pubblicista. Ha imparato prima a leggere e scrivere e poi a parlare. Alcuni i riconoscimenti e le pubblicazioni, anche internazionali. Ripete a sé e al mondo: “meglio un uccello libero, che un re prigioniero”. L’arte è la sua fuga dal mondo.
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