Cosa lega lo spettatore all’attore?

Siamo animali solitari.
Passiamo la vita cercando di essere meno soli.
Uno dei metodi più antichi è quello di raccontare
una storia pregando l’ ascoltatore affinché dica
e senta interiormente –
Sì, è proprio così,
o almeno è così che mi sento.
Non sei così solo come pensavi.
John Steinbeck
Vivere implica in maniera imprescindibile anche la sofferenza. Raccogliere delusioni, inappagamento, rabbia, frustrazione.
Attraverso le storie che leggiamo, i film, le serie TV che vediamo cerchiamo la nostra di storia.
Nel viaggio che compie il protagonista per giungere alla sua trasformazione, al suo cambiamento noi ricerchiamo le verità che serbiamo dentro.
Varcare la “terra di confine” tra ciò che già conosciamo e ciò che siamo destinati a conoscere fa nascere un nuovo livello di consapevolezza, per questo quando ci troviamo di fronte a un’opera “ben fatta” accogliamo in noi nuove sfumature del nostro essere e della vita stessa.
La trasformazione è il principio fondante del vivere, dal momento che ogni essere vivente che si “rifiuta” di crescere ed evolvere può solo andare incontro alla decadenza e alla morte.
Eppure la quotidianità spesso ci paralizza, ci fa sentire deboli, inadeguati, e forse attraverso ciò di cui ci “nutriamo” riusciamo a riflettere, a rifiorire.
Accettare di piegarsi, raccogliere il vuoto, accettare il dolore e rinascere richiede coraggio. Richiede tempo. Richiede lotta.
Una struttura drammaturgica naturale è quella che riflette la natura dell’ esperienza umana. Essa ci mostra che i conflitti e i problemi incontrati nel mondo esterno hanno un grande impatto nel nostro mondo interiore.
Ma non sono le caratteristiche con cui siamo nati a determinare il tipo di persona che siamo destinati a diventare, quelle sono le scelte che facciamo.
Le sfide che decidiamo di accettare, il buco entro il quale decidiamo di scendere, scavare e la luce/ il buio che accogliamo/incontriamo.
Per usare termini drammaturgici tale sfida dinanzi alle prove della vita viene definita “arco di trasformazione”.
Empatizziamo con i protagonisti delle nostre storie perché nella loro imperfezione, nelle loro cadute, nei loro errori vediamo il riflesso della nostra condizione umana.
“L’esperienza del collasso del sistema la proviamo fin dal momento del concepimento. L’ utero stesso è il nostro primo sistema di sopravvivenza, un sistema programmato per autodistruggersi dopo nove mesi. Da quel momento veniamo espulsi all’ interno di un mondo completamente nuovo, in cui la nostra sopravvivenza si basa su un sistema di totale dipendenza.”
Il momento in cui ci muoviamo e lottiamo per la nostra indipendenza è complesso, duraturo e doloroso. Per questo cerchiamo attraverso le vite degli altri, il coraggio, le risposte, la forza che giacciono nel nostro inconscio. Più conosceremo noi stessi più potremmo dire di avere vissuto una vita autentica.
Marika A. Carolla
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