Arte & CulturaPrimo Piano

Dal minimalismo giapponese alle installazioni contemporanee: quando il vuoto diventa esperienza

Introduzione

Quando oggi visitiamo una mostra d’arte contemporanea, le prime cose che saltano alla nostra attenzione, soprattutto se non siamo degli habitué, sono il silenzio e i pochi elementi essenziali, e mai ci verrebbe da pensare a dei possibili collegamenti col Giappone tradizionale. Eppure, molte delle esperienze artistiche più radicali degli ultimi decenni nascono proprio da lì: da una concezione dello spazio che non ha mai tracciato una separazione tra estetica, filosofia e vita quotidiana. Il minimalismo giapponese non è stato infatti un movimento artistico codificato, bensì una matrice culturale profonda e sedimentata nel corso dei secoli: una matrice dalla quale l’arte contemporanea occidentale ha ereditato una nuova idea di vuoto: non un’assenza, ma un “luogo attivo” di relazione. 

Nella cultura giapponese, la riduzione formale non è solo una scelta stilistica ma anche una necessità spirituale: concetti come il wabi-sabi (la bellezza dell’imperfezione e della transitorietà) o il ma (l’intervallo carico di senso) strutturano un’estetica in cui l’assenza è importante quanto la presenza. Il questo senso lo spazio vuoto assume un nuovo significato: nei giardini zen bastano poche pietre e superfici in ghiaia per evocare “paesaggi interiori”; nelle abitazioni tradizionali le pareti scorrevoli e i materiali utilizzati permettono allo spazio di trasformarsi, adattandosi al tempo e alla presenza umana. 

Ryoan-ji nella Prefettura edi Kyoto, Giappone.

L’incontro con l’Occidente

Nel secondo dopoguerra questa visione entra in dialogo con l’Occidente. Architetti, artisti e designer europei e americani guardano al Giappone, devastato dalla guerra, come un modello alternativo alla monumentalità e all’eccesso decorativo. Il minimalismo occidentale nasce così negli anni Sessanta e ha l’ardore di trasformare una filosofia dello spazio in un linguaggio artistico. Alcuni artisti occidentali iniziano così a ridurre l’oggetto all’essenziale, eliminano la narrazione e rifiutano l’espressione personale. È soprattutto nell’architettura che questo legame diventa più forte: il celebre architetto Tadao Andō crea spazi che non impongono significati, ma li lasciano emergere dall’esperienza del visitatore. 

Tadao Ando, Chiesa della Luce, prefettura di Osaka, 1989.

Dall’oggetto allo spazio

A partire dagli anni Novanta l’arte compie un ulteriore passaggio: l’opera non è più un oggetto di per sé, ma diventa “un ambiente”: questo è un passaggio cognitivo fondamentale che influenzerà tutta l’arte e le esposizioni a venire in Occidente. Gli elementi fondamentali di un’installazione contemporanea oggi sono luce, suono, percezione e movimento e questo fa sì che lo spettatore non sia esterno ma sia immerso: lo spazio non è più il semplice contenitore dell’opera ma è l’opera stessa. Un esempio è il lavoro di James Turrell che utilizza la luce per costruire spazi contemplativi in cui il confine tra interno ed esterno si dissolve completamente. 

Dividing the Light, James Turrel

Negli ultimi anni diversi collettivi di artisti hanno portato questa eredità in una dimensione digitale, grazie all’utilizzo di software complessi e proiezioni interattive per creare ambienti fluidi e in costante trasformazione. Il paradosso è che strumenti tecnologici avanzatissimi vengono impiegati per restituire un’esperienza fatta di lentezza, silenzio e contemplazione. Anche qui il vuoto non è negazione, ma campo di possibilità. 

Sempre più spesso, installazioni site-specific e interventi temporanei vengono pensati per dialogare con spazi archeologici, architetture storiche e paesaggi naturali. In tali contesti l’eredità del minimalismo giapponese si rivela piuttosto efficace: lavora per sottrazione, rispetta il silenzio del luogo e ne amplifica il valore simbolico. 

Lo spazio vuoto non è una semplice scenografia, ma è parte attiva dell’opera: luce, suono e vuoto diventano strumenti per percepire la stratificazione del tempo, permettendo al visitatore di vivere il luogo più che di osservarlo. Proprio nel Mediterraneo (segnato da rovine, materia antica e orizzonti aperti) il dialogo tra minimalismo giapponese e installazioni contemporanee trova la sua piena attualità: nel trasformare luoghi in spazi di esperienza, dove il passato non viene spiegato, ma lasciato emergere attraverso il silenzio, la luce e la presenza del visitatore. 

Roberto Spanò

Leggi Anche : “From Hokusai to Manga”. Un viaggio nella cultura visiva giapponese

Roberto Spanò

Classe 1995, sono laureato in Scienze Storiche e Orientalistiche (con focus su gender studies, colonial and post-colonial studies). Ho conseguito un Master in Gestione dell’arte e dei Beni Culturali. Fin dall’inizio dei miei studi sono sempre stato convinto che materie come storia, sociologia, antropologia e filosofia non possano essere considerate come dei comparti stagni, credo nella multidisciplinarietà ed è la caratteristica che ho sempre cercato di dare alle mie pubblicazioni. Credo fortemente che la storia non ci serva semplicemente per ricordare a memoria date ed eventi, ma ci serve per capire i perché del mondo di oggi, ci serve per smontare falsi miti, per rispondere a chi propaganda fake news e tesi campate in aria. Il mio scopo è quello di rendere comprensibili temi complessi, di far appassionare chi pensava, magari a causa di un cattivo insegnate alle superiori, che la storia sia noiosa e inutile.
Pulsante per tornare all'inizio
Panoramica privacy

Questa Applicazione utilizza Strumenti di Tracciamento per consentire semplici interazioni e attivare funzionalità che permettono agli Utenti di accedere a determinate risorse del Servizio e semplificano la comunicazione con il Titolare del sito Web.