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Paola Cortellesi: la donna oltre l’attrice

Il mio primo vero ricordo da femminista viaggia indietro sino a raggiungere le scuole elementari: durante una lezione di scienze la maestra utilizzò il termine uomo anziché razza umana; io interruppi la lezione per chiedere che la razza umana venisse identificata come uomo e donna e non solo come uomo.

Da quel momento in poi della mia vita mi sono sempre schierata dalla parte della parità dei sessi – le mie lotte vanno al di là della mera galanteria dell’uomo di voler offrire la cena o il pranzo alla propria compagna – e un po’ per indole, un po’ perché non completamente estranea a casi di violenza, è una missione che mi son posta come obiettivo.

Vertebre inclinate, labbra spaccate da pugni, occhi neri, lividi sul ventre, sangue che cola dalla bocca, dal naso e dal sesso, pensate sia solo questa la violenza contro cui lottare? Ancor prima di avere delle mani addosso che ti violano, si hanno sguardi e parole: “sei e sarai solo mia”, “ma come ti vesti? Sembri una puttana”, “decido io”… Sembrano frasi lontane anni luce, eppure non è così.

Da inizio anno i casi di femminicidio hanno sconvolto la nostra quotidianità, gli ultimi che hanno riscosso più fama nella gogna mediatica, che ormai è il giornalismo italiano, riguardano la giovane donna Giulia Tramontano – in stato di gravidanza – e la ventiduenne Giulia Cecchetin: un nome, una condanna a quanto pare. Due giovani donne uccise per mano di uomini che dicevano di amarle, premeditazione in entrambi i casi, brutalità – oltre ogni immaginazione – in entrambi i casi, eppure le uniche problematiche per il nostro governo rimangono il ponte sullo Stretto e i migranti. I casi di violenza, con una soglia d’età sempre più bassa, e la frequenza di omicidi (88 le persone uccise in Italia tra gennaio, febbraio, marzo e aprile 2024 – fonte: https://www.osservatoriodiritti.it/2024/05/06/femminicidi-italia-2024/ ) dovrebbero far suonare un campanello d’allarme, eppure a oggi non se n’è discusso se non per mere chiacchiere tra comare. Un popolo ignorante è più facile da gestire e l’istituzione di materie come educazione civica (o meglio la reintroduzione in tal caso) o educazione sessuale sembra ancora lontana anni luce in uno stato dove non si insegna più ad amare. 

Dove non arriva lo stato, però, e grazie a Cristoiddio, ci arrivano i privati, i singoli, gli dei del monte Olimpo, quelle poche persone – uomini e donne – di spicco dell’arte italiana. Ed è il caso di citare per l’ennesima volta sulla nostra testata, Paola Cortellesi, e il suo “C’è ancora domani”, il film che agli scorsi David di Donatello ha spiazzato tutti con i suoi premi, ben 6: 

– David di Donatello per il miglior esordio alla regia, per Paola Cortellesi

– David di Donatello per la migliore attrice protagonista, per Paola Cortellesi

– David di Donatello per la migliore attrice non protagonista, per Emanuela Fanelli

– David di Donatello: Premio David Giovani, per Paola Cortellesi 

– David di Donatello per la migliore sceneggiatura originale, per Paola Cortellesi, Giulia Calenda e Furio Andreotti 

– David dello spettatore, per Paola Cortellesi.

Una donna che non ha avuto bisogno di volgarità o di stupidi balletti per farsi conoscere e apprezzare, Paola Cortellesi – da sempre nelle vesti di donna bistrattata – ci ha dimostrato per l’ennesima volta che a essere sé stessi prima o poi si viene ripagati, e non solo sul grande schermo: mi sovviene alla mente il film “Scusate se esisto!” dove l’attrice ha interpretato la parte di Serena, architetto con studi in tutto il mondo, la quale per poter presentare e far accettare un suo progetto di riqualificazione urbana si è dovuta fingere uomo – il suo alterego maschile era Raoul Bova.

2024: le donne ancora hanno una retribuzione più bassa – non consona per l’operato svolto – rispetto a colleghi di sesso maschile, ancora durante un colloquio di lavoro viene chiesto loro se fidanzate, sposate, con desiderio di maternità, ancora son costrette a scegliere tra la carriera e la famiglia, come se essere donna volesse semplicemente dire essere o una donna indipendente o essere schiava degli impegni familiari – proprio non si riesce a concepire una donna indipendente e al tempo stesso compagna, amante, donna e – nel caso – madre. 

Paola Cortellesi non sarà Madre Teresa di Calcutta o Mahsa Amini, ma è una donna che in un paese occidentale ha acceso i riflettori, a livelli molto alti, su quella che è la condizione della donna. Il film in bianco e nero si palesa come un film denuncia, perché nonostante la donna abbia ad oggi raggiunto grandi successi, ha ancora da lottare.

E non si tratta di che abiti poter indossare o se poter bere fino ad ubriacarsi; Delia è una donna che anche con degli stracci addosso – dopo una vita di schiaffi – lotta solo e soltanto per i propri diritti. Quindi, nessuna pretesa sciocca e sterile, non le importa poter vestirsi con una minigonna o poter indossare del trucco da palcoscenico: l’unica cosa per cui si batte è il diritto al voto (in Italia le donne poterono votare solo nel 1946, meno di 80 anni fa). 

Nonostante le guerre infinite, sui luoghi di lavoro o al parlamento, non c’è mai tregua: c’è sempre bisogno di battagliare, di farsi ascoltare, di urlare – se necessario -, di mostrare – talvolta anche senza censura – che uno schiaffo non va accettato per amore, perché “L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.”

La parità non riguarda un conto da pagare al ristorante o la libertà di potersi vestire con un solo filo di raso; la parità è rispettare e aver rispetto in egual modo senza dover pretendere che una politica – da cui non mi sento rappresentata – inserisca le quote rosa, che ci siano leggi contro la violenza domestica – a priori non dovrebbe esistere -, o una legge favorisca una donna perché “sesso debole” anche in casi di divorzio dove la parte lesa è l’uomo. Io sono donna, ma potrei essere anche uomo: poco importa il genere con cui sono nata o il genere in cui mi posso o meno identificare; io sono solo una persona, sono solo un essere umano.

Antonietta Della Femina 

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Antonietta Della Femina

Classe ’95; laureata in scienze giuridiche, è giornalista pubblicista. Ha imparato prima a leggere e scrivere e poi a parlare. Alcuni i riconoscimenti e le pubblicazioni, anche internazionali. Ripete a sé e al mondo: “meglio un uccello libero, che un re prigioniero”. L’arte è la sua fuga dal mondo.
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