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Raccontare il dolore: una donna spezzata di Simone de Beauvoir 

La femme rompue, edito in Francia nel 1967 e in Italia nel 1969, è una raccolta di racconti in cui Simone de Beauvoir dà voce a tre donne “spezzate” dalla scoperta di una realtà destabilizzante, causa di una frattura nel loro mondo interiore ed esteriore.

Sulla mia copia ormai ingiallita di questo libro, scovato anni fa nella libreria di mia nonna, ci sono un nome e una data: 5 maggio 1982. Mi chiedo se quello fosse il giorno di inizio lettura e chi lo avesse scritto, perché la firma riportata mi è sconosciuta.

So però una cosa: la donna a cui era originariamente appartenuto questo libro poteva non averlo amato, ma di sicuro lo aveva capito e, leggendolo, a sua volta si era capita e sentita capita. 

Il primo racconto, che dà il titolo all’opera e che potremmo meglio definire un romanzo breve, è scritto sotto forma di diario.
Monique comincia ad appuntare pensieri e sfoghi su un quaderno un giorno di settembre in cui, per la prima volta dopo tanti anni, si è ritrovata sola con sé stessa: le figlie hanno lasciato il nido – Colette si è sposata, Lucienne ha una nuova vita negli Stati Uniti – e suo marito è partito per un congresso di lavoro. La solitudine, dapprima temuta, si rivela gentile: non ne soffre, riacquista invece un senso di individualità, la voglia di recuperare il tempo perso dietro preoccupazioni ed esigenze quotidiane altrui.

Eppure l’inquietudine si insinua ben presto in questa parvenza di tranquillità: una brutta influenza di Colette e il non poter condividere la sua ansia con il marito Maurice, ancora distante da casa, la portano a riflettere su come quest’ultimo si sia allontanato da lei e su quanto sia cambiato. Da qualche tempo, infatti, pare si dedichi solo alla sua professione di medico, avendo abbandonato altri interessi come la musica o la letteratura, passioni comuni che li avevano sempre uniti. Poi una verità inaspettata e pungente muta drasticamente la sua vita: il distacco di Maurice è in realtà causato dalla presenza di un’altra donna, Noëllie Guérard, avvocatessa affascinante e intraprendente che sembra essere il suo esatto opposto.

La storia tra i due, apparentemente, va avanti da cinque settimane. Monique prova rabbia per le innumerevoli bugie a cui si accorge di aver creduto, ma è soprattutto spaesata. Vive così i primi tempi dopo la rivelazione quasi dissociandosi dalla realtà. Ciò che un po’ l’aiuta è l’illusione che quella con Noëllie sia una storia passeggera, nata da un labile desiderio momentaneo – d’altronde ella incarna tutto ciò che i coniugi hanno sempre disprezzato: l’arrivismo, l’esibizionismo, lo snobismo – e prova a convivere con questa consapevolezza e ad accettare la situazione, anche spinta da un’amica che le consiglia di essere comprensiva, paziente, di mostrarsi allegra al fine di riconquistare il marito, finché non realizza concretamente la realtà dei fatti: «Quando si urta contro una pietra, lì per lì si sente il colpo, ma il dolore viene dopo; con una settimana di ritardo, comincio a soffrire. Prima, più che altro ero istupidita. Razionalizzavo, cercavo di allontanare questo dolore che stamattina mi si è rovesciato addosso.»

Monique, disperata, inizia a indagare su Noëllie, a godere qualora qualcuno la giudichi malevolmente, a dire allo stesso Maurice tutto ciò che di quella donna la infastidisce – tenta di fargli aprire gli occhi, miserevolmente. I continui riferimenti a Noëllie, le sue provocazioni e inquisizioni di volta in volta più ansiose porteranno la coppia a un feroce scontro: Maurice le rinfaccerà di averlo condizionato in importanti scelte riguardanti la sua carriera e di essere stata invadente e possessiva con lui e le figlie. Le confesserà inoltre di non amarla da anni, di aver avuto altre donne e che con Noëllie, nonostante precedenti smentite, la storia va avanti da circa diciotto mesi.

Di tutte queste rivelazioni e accuse ciò che ferisce maggiormente Monique sono quelle relative al suo ruolo di madre. Aveva rinunciato alla sua carriera per dedicarsi alla famiglia: non rimpiangeva né rinfacciava al marito questa scelta e riteneva che le figlie si fossero realizzate nel migliore dei modi possibili. Se ciò che Maurice diceva era vero a cosa aveva votato la sua vita?

«Io non avevo altro ideale che quello di creare felicità intorno a me. Non ho reso felice Maurice. E nemmeno le mie figlie, sono felici. E allora? Non so più niente. Non soltanto chi sono io, ma come bisognerebbe essere.»

Tutto, d’improvviso, le si rivela confuso, capovolto, inutile. Continua così la graduale discesa nel tormento più assoluto: Monique smette anche di uscire e mangiare, sotto lo sguardo ora infastidito ora compassionevole del marito.

Simone de Beauvoir con maestria e acutezza racconta lo scombussolamento causato da un tradimento, da una realtà che si considerava inconfutabile e che si rivela invece falsa; descrive la caduta negli abissi più profondi della sofferenza, ma anche l’accettazione e la risalita – tormentosa, ardua, eppure indispensabile. 

Il dolore può non essere fine a sé stesso –  anche se spesso lo è, spesso soffrire è inutile. Talvolta però, come ci ricorda Guccini nella bellissima canzone Vedi cara, “certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire”: allora una frattura dell’io può portare a una rinascita, il dolore diventa un mezzo necessario per reimparare a essere libere. 

Una donna spezzata rispecchia chiaramente una realtà della donna borghese degli anni Settanta, non sconosciuta però alle donne di periodi differenti e non del tutto scomparsa oggi. Così come Virginia Woolf aveva già suggerito nel 1928 che una donna ha bisogno di “una stanza tutta per sé“, appare evidente e fondamentale il messaggio che anche Simone de Beauvoir vuole lasciare con l’esempio di Monique: le donne devono affermarsi individualmente, debba questo avvenire tramite un lavoro o una passione, e di un certo grado di indipendenza che permetta loro di vivere la vita senza affidarla a mani altrui.

«Quando si è talmente vissuti per gli altri, è un po’ difficile riconvertirsi, mettersi a vivere per sé stessi.» 

L’età della discrezione

L’età della discrezione è l’età della maturità: la protagonista del secondo racconto, di cui non conosciamo il nome, è una donna che si ritrova a fare i conti con il passare del tempo. Quest’ultima, insegnante e scrittrice, ha una carriera affermata e idee politiche di sinistra, così come il marito, lo scienziato André.

La scelta del loro unico figlio Philippe di lasciare l’università, accettare un lavoro contrastante con le loro idee e di sposare una donna a lei poco simpatica la manderà in crisi. Il lettore non è portato subito a simpatizzare con questa donna che sembra voglia imporre la sua visione al figlio, senza riconoscere che egli sia altro da sé. Ciò che la ferisce però è, anche in questo caso, la discordanza tra ciò che credeva di aver costruito nella vita e i frutti effettivi di quel lavoro – oltre che l’avanzare del tempo che sembra lasciare indietro lei e il marito, le loro idee, i loro studi.

Vi sarà quindi una sorta di conflitto tra i coniugi, perché incapaci, per la prima volta in tanti anni di unione, di comprendere le loro rispettive posizioni. L’una non riesce a perdonare il figlio e ad accettare che il passare del tempo abbia delle conseguenze, l’altro, al contrario, è più comprensivo nei riguardi di Philippe e si abbandona arrendevolmente alla vecchiaia.
I due sposi si riavvicineranno, riuscendo infine a comunicare i propri sentimenti. Resterà però la paura del futuro incerto e ignoto – un leitmotiv dell’opera.

Monologo

L’ultimo testo di questa raccolta, il più breve, è composto da una trentina di pagine intrise di parole: è scritto infatti con l’espediente del flusso di coscienza, tecnica che ci permette di entrare nella mente di un personaggio e seguirne i pensieri sparsi.

È la notte di Capodanno e poco a poco scopriamo che la protagonista, la quarantatreenne Murielle, è sola: non può contare sulla madre o sul marito, né prendersi cura dei suoi figli – ha perso la custodia del piccolo Francis, mentre la più grande, Sylvie, si è suicidata.

Comprendiamo così il suo rancore, la sua infelicità e il suo strazio. Murielle si sente abbandonata dal mondo, è allibita dall’indifferenza e dalla crudeltà delle persone che la circondano ma che non sono capaci di starle vicino. Sembra temere l’impossibilità di riscatto dai giudizi della società e in primis della sua coscienza: man mano che snocciola, in un crescendo, le sue osservazioni concitate e crude, diventa sempre più evidente il suo permeante senso di colpa per la morte della figlia, che cerca di celare a sé stessa per non dover affrontare la sofferenza ancora più straziante che questa ammissione comporterebbe.

Eppure, anche in questo dolore così radicato e atroce, non mancano sprazzi di speranza. È sempre possibile ricominciare a vivere.

Giulia Gennarelli

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Giulia Gennarelli

Protratta verso l’arte in tutte le sue forme fin dalla culla, sono mossa da una spiccata curiosità e un incontenibile amore. Le donne, la letteratura e le lingue sono il mio mondo e l’oggetto principale dei miei studi.
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