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Bill Skarsgård si trasforma nel rapinatore della sindrome di Stoccolma

Dopo aver interpretato Pennywise, l’attore si mette in gioco in un ruolo che sembra calzargli a pennello, quello del rapinatore carismatico Clark Oloffson

Il personaggio a cui è ispirata la nuova serie Netflix, sulla piattaforma dal 5 maggio, vanta sicuramente molti primati.

Pare sia riuscito ad evadere innumerevoli volte ed ha portato a termine la rapina più grande della storia della criminalità svedese.

Il misfatto, commesso a Göteborg, ha fruttato ben 930.000 corone, di cui è stata recuperata solo una parte (230.000 corone).

Ma non è tutto: Oloffson è finito fuori dalla galera in un modo ben più strano di una semplice evasione. 

Durante un episodio di vita che ha ispirato il modo di dire sindrome di Stoccolma, un suo “collega” criminale ha chiesto la scarcerazione di Oloffson tra le condizioni per liberare i suoi ostaggi.

Nonostante questi primati, e nonostante la serie sia spumeggiante, e fatta così bene da ispirare un bingewatching sfrenato, viene da chiedersi come mai Netflix incensi sempre i personaggi sbagliati.

L’acclamatissima Inventing Anna, è un altro esempio, simile a quello di Clark, in cui una personalità evidentemente disturbata e narcisistica, viene trasformata nel personaggio accattivante di una serie.

L’aggravante di Clark è che gli episodi, i cui titoli geniali fanno riferimento a delle frasi brillanti dette da Oloffson, sono ispirati alle memorie del criminale. 

Questo amplifica il senso di parzialità informativa.

Certo, una serie non è un documentario, è un prodotto che può essere rimaneggiato e che non necessariamente deve rispecchiare la realtà oggettiva, ma non si rischia nel caso di biopic di questo genere, di rendere più simpatiche del dovuto delle personalità tossiche che già senza l’aiuto di una narrazione romanzata sono in grado di manipolare e affascinare?
Non si rischia di avallare il culto delle personalità narcisistiche più di quanto si dovrebbe?

Nella serie vediamo Clark ammaliare e deludere una miriade di donne, che continuano, nonostante tutto, a fare il tifo per lui. Lo vediamo trionfare del fatto di non aver dovuto sprecare tempo lavorando per guadagnare. Vediamo i flashback della sua infanzia drammatica, in cui ha subito soprusi da parte di una famiglia malata da cui è riuscito ad affrancarsi grazie ai successi della sua carriera criminale.

Vediamo fatti, è vero, ma fatti che sembrano suggerire che le scelte di Oloffson l’abbiano sempre portato a trionfare, quasi fosse un super eroe, quando probabilmente è stato principalmente un bastardo fortunato e senza scrupoli.

Sfido chiunque che abbia visto la serie, ad aver preso le parti del poliziotto imbranato che gli dà la caccia, personaggio sciatto che sembra esistere solo contro altare sfigato per mettere ancora più in risalto l’intelligenza indiscutibile del rapinatore.

Dunque io sento la necessità di fare un po’ di giustizia, e ammettere sì, che la serie è un prodotto ben fatto e divertente e che il vecchio Clark ispira simpatia, ma che è necessario tenersi lontani dal mitizzare un personaggio che probabilmente ha rappresentato la peggiore maledizione possibile per molte delle persone che hanno avuto la sfortuna di volergli davvero bene.

Ma forse non dovrebbe stupire che in questi tempi, in cui l’immagine è più importante della sostanza, si finisca col lasciarsi affascinare dai narcisisti più che da vere personalità di spessore. 

O forse ci piace guardare dentro abissi di questo tipo perché li sentiamo vicini al nostro quotidiano. Sono gli abissi imperscrutabili che si celano dietro maschere con sembianze umane, pur avendo perduto l’umanità.

Maschere come questa spaventano e affascinano molto più del vecchio Pennywise, perché senza bisogno di make up e poteri paranormali, sopravvivono nella nostra società cibandosi delle debolezze delle persone. 

Maschere come questa sono quelle che incontriamo tante volte senza riconoscerle e che finiscono col farci male. E forse guardarle in una serie ci fa sentire un po’più al sicuro e speriamo possa insegnarci a riconoscerle.

Sara Picardi

Copertina: VanDAM | Netflix

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Sara Picardi

Adoro la comunicazione e ho il privilegio di lavorare in questo settore, principalmente in ambito grafico. L’arte ed il gioco sono due delle mie più grandi passioni e trovo si somiglino: permettono di andare in profondità, in se stessi e negli altri in maniera leggera. Venero musica, natura e poesia come divinità pagane; pago loro i miei tributi allevando un gatto con poteri magici, scrivendo e suonando il basso in una band punk. Colleziono crepuscoli, segreti e nuvole delle forme più strane.
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