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Che cos’è questa normalità?

Ami la normalità?

Gocce di sudore scendono lungo la curva delle palpebre; s’increspavano sulle ciglia ma la pressione è lieve, troppo debole per sprofondare: spalanco gli occhi. 

Una luce fioca filtra tra le persiane abbassate. Il braccio umidiccio di M. giace sul mio petto e i polpastrelli aderiscono alla pelle come quando da bambini s’affondava la mano sul bucato intriso di lavanda. 

Il giaciglio è basso, sporge a circa venti centimetri dal pavimento. Un fagotto tipico delle case dell’Est. La mia stanza è separata da quella di S. solo da un bagno comunicante. Il materasso ruvido solletica la schiena.

Mi alzo e vado via.

La porta del bagno è aperta e gli infissi si dispongono come cornice sulla stanza del letto di S. Così vedo il tuo corpo nudo, abbacinante e fulgido. Le curve alte addolcite da una naturale morbidezza. Il tuo sguardo irraggiungibile sotto occhi che immagino assonati e stremati dall’amore. 

Immagino labbra rosse. Le punta dei tuoi piedi leggermente alzate e il muscolo del polpaccio teso come fosse un duro pugno. 

Anche se le dita sono lontane, avverto la presenza di S. come un posarsi di farfalla. 

Buio! Ritraggo la mano come un correre di gatto.

Le tue cosce troneggiano e il tuo piede, con quell’alluce arcuato, volteggia. È difficile dimenticare un corpo quando l’osservi così, come non l’avevi mai fatto. 

Finisce tutto lì, in quella piroetta, in quella punta di compasso conficcata nel pavimento che disegna un arco verso l’uscita del bagno. 

E tu? 

Non sei in grado di abbandonare quella persona. Non ne hai la forza. È normale, dicono. Ci rifletti costantemente, come un pungolo che trapassa il cranio sino forare la corteccia cerebrale. 

Non crucciarti, sei una persona normale, dicono.

A volte pensi che le relazioni siano un prisma. 

Cosa fai?

Osservi per ore la scomposizione del fascio di luce. 

Quella luce è di colore bordeaux! È come quella volta che hai escogitato una bugia per non incontrarla.

Ma come? Sei pazzo. Volevi incontrarla e poi fuggi?

Meraviglioso il riflesso turchino! È come quella volta che avete pensato la stessa cosa osservando la danza di sguardi silenziosi tra Chow Mo-wan e Su Li-zhen de In the mood for love.

La desideravi?

È qualcosa di più profondo, dicono. È una frattura esistenziale.  

Rammenti, allora, che la normalità è storicamente e culturalmente determinata. Anzi, c’è un fattore latente comune ad ogni luogo socialmente adibito al controllo disciplinare della norma: il dolore. 

Dalla nascita degli oracoli delfici, dall’Hôtel-Dieu al Bethlem Royal Hospital, una ressa di alienati, lunatici, folli, furiosi popolano gli edifici degli internati. È lo sciame prigioniero di soggetti anormali. 

Cos’è, in fondo, una relazione?

Un legame anormale. A volte lesivo, fondato sulla dipendenza, altre su interazioni simboliche: groviglio di ruoli oggettivi, reti di sostengo affettive e comportamenti soggettivamente interiorizzati.

Pensateci bene, nel soliloquio escogitiamo una versione del Sé destinata a domande interiori:

“Quest’oggi non mi sento me stesso!”; “Strano, questo atteggiamento non è da me!”

Ma chi è questo “me stesso”, questo “me” che a cui c’appelliamo e che spesso ripudiamo o disprezziamo?

Credi di essere anormale?

Siamo solo persone normali – serie televisiva irlandese, tratta dal romanzo di Sally Rooney – al di là dei ruoli. Marianne e Connell sono due adolescenti irlandesi che frequentano lo stesso liceo; lei di famiglia borghese ma disseminata lungo macerie emotive e relazionali. Lui, figlio della working-class, brillante, nerboruto ma fragile come grissino. 

Non è una classica storia d’amore. Anzi, è storia di una crescita. Ci fa riflettere su chi è quel “me stesso” che agisce e che non “è da me”.

Il desiderio guida l’immagine del Sé, dicono. Emerge, così, nel soddisfacimento dell’afflato; attiva piani o procedure finalizzate alla simulazione del “come se”: “vivo come se mi desiderasse?”. In questo modo, si elicitano le risposte dell’Altro. Attenzione, parliamo di desiderio come progetto esistenziale. Desidero per scegliere, per avere controllo su ciò che percepisco.

Ma lo schema relazionale può divenire patogeno? 

Quando il desiderio è frustrato e allora non sono amabile, non sono adeguato, sono difettoso, di scarso valore, colpevole, paralizzato o incompetente. E l’Altro diviene minaccioso, abusante, ingannevole, meritevole di punizione. 

Come Marianne che sceglie relazioni abusanti dove si sente legittimata solo quando l’Altro le conferma l’idea di persona immeritevole d’amore. 

Come per Connell dove l’Altro è Sisifo: inerpicarsi lungo qualcosa per potersi accettare. Guardare fuori e dimenticarsi, a volte, di guardare dentro. 

Ontologicamente è come “non-esserci-del-tutto”: rifuggire qualsiasi delle ragnatele che prepara la vita e in cui siamo alternativamente ragno e mosca.

Anche se l’esperienza del quotidiano fornisce lo slancio, siamo attraversati da crepe, lesioni che consentono la pietrificazione dello straniamento. Il sentimento del non-esserci-del-tutto si insinua e si espande nel non detto, nel fantasma delle parole vacue e dei sentimenti inespressi che albergano l’interno di una quotidianità, dice Cortázar.

Le relazioni, il “me stesso”, il desiderio frustrato, allora, si fondano su un fattore di eccezionalità. Si deve essere in grado di suggerire una realtà più vasta di quella percepita normalmente. 

Di “normale” c’è veramente poco nelle persone: nemmeno l’attribuzione linguistica.

Non si ha il coraggio di abbonare del tutto quella persona. A volte non è necessario, altre sì. 

È la storia di Kafka e della bambola. 

Siamo nella Berlino del 1923, Kafka passeggia nel parco e incontra una bambina in lacrime che singhiozza da farsi scoppiare il petto; le chiede cosa c’è che non va e la bambina confessa che ha perso la sua bambola; così Kafka inventa una storia: la bambola è partita per un lungo viaggio. Lo scrittore lo sa perché, dice alla bambina, ha ricevuto una lettera proprio dalla bambola fuggitiva.

Così, torna a casa per scrivere la lettera. Si siede a tavolino e scrive diligentemente la sua opera. Non vuole prenderla in giro, vuole solo sostituire la bombola perduta con una realtà diversa.

L’indomani Kafka si precipita al parco con la lettera: non è che la bambola non voglia bene alla bambina ma desidera separarsi per qualche tempo. Promette, tuttavia, che scriverà alla bambina ogni giorno e la terrà al corrente di quello che sta facendo… la cosa incredibile è che Kafka continua a scriverle per tre settimane. Uno degli scrittori più straordinari del secolo dedica tempo e fatica per comporre lettere immaginarie a una bambina smarrita. 

A poco a poco prepara la bambina per il momento in cui la bambola sparirà dalla sua vita per sempre; ma a questo punto naturalmente la bambina non sente più la mancanza. Kafka l’ha guarita. 

Se ci rifletto non so se le lettere siano servite più a Kafka o più alla bambina. È cosi importante costruire una storia per legittimare l’abbandono?

Io credo di sì, et vous

Luigi Celardo

Copertina: Enda Bowe / Hulu via tatler.com

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Luigi Celardo

Uno dei primi ricordi di cui ho memoria è legato alla scelta del mio nome. Mia madre decise Luigi per il richiamo regale, per mio fratello scelse Teo. Insomma: Re e Dio (le aspettative erano basse!) Ho ereditato la follia familiare (non la megalomania, fortunatamente). Dopo una laurea in ingegneria delle telecomunicazioni, ho deciso di specializzarmi nella comunicazione umana in ogni sua forma (addio transistor e resistori!) Cerco di comprendere i segreti del linguaggio bazzicando romanzi post-moderni, saggi di sociologia, pellicole della Nouvelle Vague e serie-tv comiche.
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