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Femminismo interrotto, la realtà interpretata in chiave femminista

Femminismo interrotto, pubblicato nel 2021 ed edito da Giulio Perrone, si propone la finalità di analizzare tematiche come l’arte, l’alimentazione, la transessualità, l’islamofobia e la situazione nelle carceri da un punto di vista femminista. 

Il termine femminismo viene utilizzato come correlativo oggettivo di una disciplina più ampia, che comprende ma al contempo supera l’idea di femminismo come movimento preposto alla tutela della condizione femminile. 

L’autrice del libro Lola Oloufemi è una giovane ragazza nera che abita a Londra, motivo per cui il campo d’indagine oggetto delle osservazioni dell’autrice è il Regno Unito, ma non per questo non si può dire che molte delle sue considerazioni non superino il confine nazionale britannico.

Certo è che ogni argomento, ogni lotta, viene descritta come più complessa, e ogni traguardo come più inarrivabile se affrontato da una donna nera. Infatti, tale sottoinsieme è ancora più screditato rispetto alla macrocategoria delle donne, e la lotta per l’emancipazione delle donne bianche non è paragonabile a quella condotta dalle donne nere alle quali da sempre sono stati negati o resi molto meno accessibili strumenti e mezzi di emancipazione. 

Chiarita questa premessa alcune tematiche che il libro affronta sono analizzate da un punto di vista molto interessante e poco condiviso nell’opinione pubblica.

Ad esempio, le carceri, socialmente considerate utili per allontanare il crimine, il pericolo, o più banalmente il male dalla società, vengono descritte come luoghi svilenti per lo stesso essere umano; infatti, invece di essere congeniali alla sua rieducazione, le carceri sono un luogo di ghettizzazione che rende ancora più difficile ai detenuti reinserirsi nella società una volta scontata la propria pena.  

Perciò le carceri non rispondono al compito di rieducazione come ci è sempre stato narrato, ma assurgono alla funzioni di garanti dell’ordine e della disciplina circoscrivendo il male e rinchiudendolo a chiave, come se ignorarlo e occultarlo fosse un modo efficace per sconfiggerlo. 

Inoltre, il libro sottolinea l’esistenza di un femminismo conservatore che si oppone al femminismo che prende le mosse dalla miseria del disagio sociale, e che al contrario è un femminismo altolocato che si allea per convenienza, anche con forze di destra per contrastare il nemico comune, uno dei quali è identificabile nelle persone trans.


Ad esempio le TERF acronimo per “trans-exclusionary radical feminist” rispondono proprio alla logica descritta, poichè non considerano le persone trans delle donne “autentiche” ma al contrario le percepiscono come un pericolo per la credibilità delle loro lotte di donne cisessuali, che da sempre si battono per le dinamiche misogine che da sempre le opprimono. 

Inoltre esse sono assolutamente contrarie alla transizione mediche poiché sono convinte che il sesso sia una categoria determinata e immutabile, convinzione che Oloufemi sovverte in tutte le argomentazioni del libro, a favore di una concezione di genere non necessariamente catalogabile e completamente svincolata da quella di sesso. 

L’autrice si interroga anche sul ruolo delle casalinghe nella nostra società, occupazione da sempre socialmente ignorata, riducendola ad un’innata funzione della donna.

Il libro per contrastare tale luogo comune porta ad esempio un’associazione americana che invece si è battuta affinché quello della casalinga venisse riconosciuto come un lavoro alla stregua di tutti gli altri, soggetto ad una retribuzione statale.

Un altro argomento sul quale viene proposta una riflessione lucida è sicuramente quello delle sex workers, le quali, in una società in cui è ancora impossibile estirpare la prostituzione, chiedono che il proprio lavoro venga riconosciuto come tale, così che ad esso venga corrisposta una tutela che impedirebbe loro di essere e sentirsi in pericolo nel posto di lavoro e renderebbe possibile invece, depenalizzare la prostituzione.

Anche il cibo, riflette Oloufemi, è una zona d’ombra che imprigiona la donna in quanto tale e scegliere di mangiare sano non può prescindere dalle possibilità economiche di ognuno. 

Infine, l’arte interpretata in chiave femminista non deve solo essere quella che vede nel piacere estetico la propria massima realizzazione, ma al contrario quella che si pone come strumento per veicolare riflessioni politiche

Per raggiungere un progresso che non sia meramente quello tecnico ma che ne agogni uno umano che non interiorizzi nessun tipo di discriminazione, è doveroso leggere la realtà in chiave femminista. Tuttavia, per rendere reale l’ideale femminista è necessario rompere i confini nazionali, unire le lotte e le idee e impegnarsi per il raggiungimento di una liberazione comune.

Chiara Celeste Nardoianni

In copertina: Femminismo Interrotto di Lola Olufemi

Vedi anche: La donna è un alieno? Una storia di Distopie femminili

Chiara Celeste Nardoianni

Mi chiamo Chiara Celeste Nardoianni, sono toscana ma prima che me lo chiediate, non aspiro la 'c' nella frase "la coca cola con la cannuccia corta corta". Ho il bellissimo difetto di credere nel potere sociale della letteratura e che un buon libro possa essere una chiave di lettura della realtà. Come diceva Gandhi dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

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