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Nan Goldin in The Ballad of Sexual Dependency: cronaca di una gioventù bruciata

Una ballata ad alta velocità, di eccessi vertiginosi e passioni violente.

Con la sua slide show exhibition ritmata, Nan Goldin, fotografa originaria di Washington, ci fa entrare in punta di piedi nelle stanze della sua famiglia allargata tra Boston, New York e Berlino, documentando con rara introspezione glorie e perdizioni della gioventù bruciata degli anni ‘70 e ‘80.

Un diario visuale con una colonna sonora d’eccezione, che spazia dalla Callas ai Velvet Underground, diventa il mezzo dell’artista per registrare ossessivamente ogni dettaglio ineffabile della sua giovinezza. Quasi come un’ode estrema all’hic et nunc, The Ballad of Sexual Dependency – titolo di una canzone tratta da L’opera da tre soldi di Bertol Brecht e Kurt Weill – è lo squarcio realistico di storia che Nan Goldin ci regala attraverso scatti tridimensionali, che trasudano suoni, colori e odori, stampati su una carta densa di vita e sapori agrodolci, evocati senza le fuorvianti romanticizzazioni che ogni ricordo porta con sé.

Esposta in diverse sedi e mutando forma espositiva nel corso degli anni, la mostra immersiva della serie fotografica tenutasi al MoMa di New York nel 2016, più di tutte, è riuscita a celebrare il flusso senza tempo di connessioni emotive e fisiche che l’artista intendeva catturare con il suo obiettivo, in un equilibrio perfetto tra empatizzazione e lucida analisi. Nan desiderava proteggere la sua memoria, congelare gli affetti di una vita e la qualità sentimentale di quegli attimi che mai più sarebbero tornati intatti, rimasticati da lingue diverse e sfumati dalle dita del tempo: quella che vediamo in foto è come una giungla di bambini unita dallo stesso credo e dallo stesso disincanto, tenuta insieme da una narrativa comune che rompe i limiti, accarezza l’euforia e sprofonda nel desiderio di una viscerale intimità.

Ci sono proprio tutti (Nan inclusa): Trixie, una fata col viso devastato e l’innocenza perduta, vestita di tulle e fiori in un interno spoglio di New York; l’attrice Cookie Mueller e suo marito Vittorio Scarpati, colti nell’estasi della cerimonia nuziale e morti entrambi di Aids; Brian, eterna ossessione, amore abusato e maledetto, inseguito dalla fotografa con ostinata disperazione nonostante le molestie subite e quel livido a forma di cuore sulla coscia.

Tutto ciò che è vivo, che risuona di passione e rischio, che respira a ritmo di twist in una festa qualsiasi negli anni ’80 e che vibra nel calore di un abbraccio, attrae irresistibilmente l’occhio vorace dell’artista, che ha iniziato a scattare all’età di soli quindici anni. La fotocamera è diventata così un prolungamento del suo corpo, un organo vitale che resiste all’abisso muto in cui precipitano i ricordi e lo trasforma in un film improvvisato di chiasso variopinto.

L’estetica che Goldin si è inventata è al limite tra un’architettura di oggetti, corpi e tinte perfettamente congegnata e la bellezza sfatta e imperfetta di sagome indefinite, sfocate, catturate nell’amplesso di una quotidianità al limite, tra droghe, relazioni tossiche e violenze domestiche. Chi guarda viene investito dalla vitalità di queste danze orgiastiche di corpi, euforici e vulnerabili, esposti senza censure, nudi e fragili. Solo così, secondo l’artista, l’osservatore può accedere alla versione originale della creazione: aprendoci le porte della sua intimità, la fotografa ridefinisce i confini di ciò che può essere rappresentato e fruito da un vasto pubblico, offrendo un’esperienza visiva genuina, fatta di contatto vero, relazione e scambio.

Nell’immortalare picchi di ebbrezza e il ritorno, misero, alla sobrietà e alla solitudine, la Goldin ha saputo raccontare senza patetismi la lotta irrequieta tra libertà estrema e dipendenza malata dal sesso e da stupefacenti, la fame di emozioni forti e il vuoto esistenziale che ne segue. Ci fa vedere donne e uomini soli, poi li accoppia e li ritrae in una turbolenta convivenza che inebria e consuma, e infine ci mostra la tenerezza di una vecchiaia quieta, all’ombra, posata sotto l’ala avvolgente della morte in un ultimo abbraccio di scheletri. Svela le debolezze degli uomini ingiustamente occultate, sbugiarda i ruoli di genere elevando l’androgino a essere perfetto e tenta di risolvere il mistero amore fotografando gli incidenti comunicativi tra pianeta maschile e femminile.

Questa toccante narrazione è un invito a scrutare dentro la fragilità delle relazioni umane e a riconoscersi in un linguaggio emotivo universale, schietto e senza fronzoli. Ma soprattutto, la Goldin sembra voler celebrare il bisogno estremo di connessioni genuine, incoraggiandoci ad abbracciare il disordine che portano con sé, perché ci rende veri, perché ci fa sentire vivi.

Francesca Eboli

Vedi anche: Peeping Tom: il voyeur belga che sbircia nelle emozioni a passo di danza

Photo credits: https://www.moma.org/calendar/exhibitions/1651

https://www.kidsofdada.com/blogs/magazine/17427081-nan-goldin-the-ballad-of-sexual-dependency

Francesca Eboli

Spirito irrequieto made in Naplulè che colleziona fissazioni dal 1995: andare a cinema e a teatro da sola, scovare boutique vintage invisibili e bazzicare posticini senza tempo. Laureata in lingue, scrive, recita e nel tempo libero vaga tra i quattro angoli del mondo con Partenope in tasca. Vietato chiederle cosa vuole fare da grande.

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