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Pizza e mafia, lo stereotipo del Made in Italy all’estero

A spadroneggiare in un guazzabuglio di stereotipi e pregiudizi è l’assimilazione del concetto di Made in Italy a quello di mafia, come garanzia di qualità ed appartenenza al territorio del Bel paese.

Così ben lontano da qualunque ombra di dubbio, spuntano come funghi (tossici) ristoranti e pizzerie i cui nomi sono tutt’altro che motivo di orgoglio per l’Italia: è il caso di Pizzeria Mafiosi a Colonia, la cui apertura indica che la Germania non si sia ancora arresa dopo il caso di un locale simile a Francoforte con l’insegna intitolata a Falcone e Borsellino.

Anche in questo caso non c’era alcuna intenzione di commemorare le due vittime innocenti della mafia e a dimostrarlo erano chiaramente i muri forati da proiettili e l’accostamento a fotografie di personaggi mafiosi, tipo Vito Corleone interpretato da Marlon Brando ne Il Padrino.
Successivamente questa pizzeria è stata costretta a cambiare il proprio nome grazie alle proteste dei familiari delle vittime, la cui sensibilità fu enormemente colpita.

In questo genere di locali anche la scelta del menù è strettamente collegata alla criminalità organizzata che funge da ispirazione per le portate, per pochi euro si possono gustare piatti con i nomi delle cosche mafiose: pizza Totò Riina, pizza Cosa Nostra, ecc.

Il fenomeno però ha una portata ben più vasta, non si confina alla sola Germania o alla ristorazione, infatti anche Vienna ed Amsterdam non sono da meno con il negozio di abbigliamento La bella mafia, indice del fatto che la mafia sia un prodotto che vende.

E neanche la piccola e ridente Siviglia si lascia sfuggire l’opportunità di adescare un bel po’ di clienti con il concetto della mafia e il suo “La Mafia se sienta a la mesa” (La Mafia si siede a tavola), le cui recensioni tra l’altro lasciano anche a desiderare a causa delle preparazioni ben lontane dalle consuetudini italiane.
A questo punto potrebbe nascere il sospetto che i gestori di un locale simile non sappiano chi sia Riina, di quanti e quali crimini si sia macchiato la coscienza, ma sarebbe tuttavia impossibile da credere e in ogni caso l’ignoranza non può essere motivo di giustificazione.
Neanche quando i gestori non sono di origini italiane e quindi potrebbero dimostrare una consapevolezza minore – se non assente – delle loro azioni e delle loro scelte di marketing.
Non si può chiudere un occhio specialmente quando dietro questi nomi c’è una lunghissima scia di sangue.

Si potrebbe giustificare il grottesco sfruttamento dell’immagine mafiosa e di questi eroi negativi identificati come miti di una gloria passata come una ricerca dell’elemento folkloristico che faccia da collante tra il concept dell’italianità e la clientela, all’insegna del buon cibo e della convivialità.
Peccato però che nessun italiano si farebbe passare per l’anticamera del cervello un’associazione simile, così cruda, ai limiti del disumano; anzi quello che risuona nella mente della gran parte degli italiani di fronte alle immagini di questi esercizi commerciali è la voce di Peppino Impastato “Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda” per iniziare la battaglia che lo portò alla morte.

L’unico riferimento alle mafie che ci sembra opportuno è quello legato a coloro che la mafia l’hanno combattuta anche a costo della vita, tutto il resto è uno squallido tentativo di lucrare su un cancro che avvelena persone, luoghi ed idee.

Alessandra De Paola

Vedi anche: Maria Paola e Ciro, la storia dell’a-mors strappato dalla mancanza di tutele

Alessandra De Paola

Ciao! Mi chiamo Alessandra De Paola e sono nata il 25 gennaio 1996, sono dell'Acquario e vi risparmio la fatica di fare calcoli: ho 24 anni mentre vi scrivo. Studio Lettere Moderne e sono redattrice per la Testata Magazine, mi piace indagare vari aspetti della vita così da trovare le mie inclinazioni. Ne ho contate 62, nessuna legata a quella precedente.

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