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Dal 750 a.C. al 2012: il contagio su carta

Dai nostri antenati scimmioidi, a quelli in calzamaglia, fino a oggi, pare che non esista secolo senza la visita “amichevole” di microorganismi virulenti che arrivano un bel giorno a sconvolgere la vita umana. 

La letteratura che, sin dalla notte dei tempi, si pone come mimesi della realtà e come ricettacolo di temi e esperienze umane, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di inglobare in sé malattie e epidemie. 

Non c’è modo migliore del filtro cartaceo per affrontare e esorcizzare una difficile situazione.  

Già in una delle prime opere letterarie del genere umano, compare un riferimento alla peste, seppur in chiave mitologica. Stiamo parlando dell’Iliade, in cui la “morte nera” sarebbe stata inviata da Apollo tra le fila degli Achei su invocazione del sacerdote Crise, al quale era stata sottratta la figlia.  

Poco più tardi, la terribile ondata di peste che dimezzò la popolazione di Atene tra il 430 e il 427 a.C. avrebbe fornito ulteriori spunti.  

Da un lato, si continuava a strumentalizzare il morbo come punizione divina: è quello che fa Sofocle nell’Edipo retragedia in cui la peste sarebbe stata scatenata a causa dell’assassinio impunito del re Laio.  

Dall’altro, si avvertì l’esigenza di discuterne in maniera più obiettiva. Il primo a farlo è lo storico e stratega Tucidide: nel II libro delle sue Storie dedica una sezione alla peste parlandone con grande scientificità, scevro da pregiudizi morali e metafisici. 

Egli si sarebbe posto poi come modello per chi avesse voluto trattare l’argomento. Influenzò soprattutto Lucrezio nel De rerum natura: il poema si conclude proprio con una vivida e dettagliata descrizione della malattia, ricalcata da quella del predecessore greco.  

Come in una reazione a catena, Virgilio nelle Georgiche si ispirò a Lucrezio nella narrazione della peste del Norico.  

Passa il tempo, ma non cambia la musica. Tra le tre Corone della nostra letteratura, è ben noto come la pestilenza faccia da cornice narrativa e input al Decameron di Boccaccio. Qui un gruppo di giovani è costretto a lasciare Firenze a causa della pestilenza scoppiata nel 1348. L’allegra brigata si rifugia nella campagna toscana, trascorrendo la quarantena a inventare storie: le famose dieci novelle per dieci giorni da cui nasce il titolo.  

L’interesse per la peste continuò nel XIX secolo, comparendo in uno dei capolavori dell’Ottocento: I promessi sposi di Manzoni.  

Infatti, sono affetti a turno dall’atroce malattia quasi tutti i personaggi del romanzo: Renzo, Lucia e Agnese guariscono per mano della Provvidenza; Fra Cristoforo ne muore, mentre piamente ed eroicamente presta servizio presso un lazzaretto; buona parte dei villains (Don Rodrigo, il conte suo zio, il Griso) ci lasciano le penne tra atroci sofferenze. In questo romanzo, la peste funge da molla narrativa e diventa una sorta di giustiziere sociale.  

Mantenendoci sempre nel campo della letteratura tricolore, ma viaggiando di molto avanti negli anni, un esperimento simile lo troviamo in Anna di Niccolò Ammaniti. Questa volta la “morte nera” si trasforma in “rossa”. Un nuovo bacillo si espande per il mondo provocando una singolare estinzione di massa che colpisce solo gli adulti. La protagonista, la tredicenne Anna, deve farsi strada in questo nuova realtà desolata e indurita da paura e lutti. 

Ad ogni modo, non è stata solo la letteratura italiana a essere “contagiata”. Scrittori da ogni continente si sono cimentati in descrizioni, reali o fantasiose, di epidemie.  

In Europa, ricordiamo il grande Thomas Mann con La morte a Venezia. Nell’opera convergono molteplici direttive e spinte contrastanti: l’importanza del viaggio, della curiosità e della conoscenza, il bisogno del calore e del rapporto umano, la presenza di un destino intangibile che sembra guidare i nostri passi. In questo scontro tra eros e pudore sopraggiunge lo spettro putrescente della pestilenza, metafora della decadenza della società.  

Immancabile è la menzione a La peste dello scrittore francese di origini algerine Albert Camus. In questa lettura si narra di un’epidemia di peste diffusasi nel paesino nordafricano di Orano.

Non vi è alcun fondamento storico alla base, eppure, la maestria dell’autore è tale che in ogni parola possiamo perfettamente rispecchiare le sensazioni, i pensieri e le paure che stiamo provando da quasi un anno. 

E ancora, abbiamo Cecità di José Saramago. Come anticipato dal titolo, un’ignota città viene travolta da una strana epidemia di cecità.

La malattia diventa metafora della decadenza e della corruzione morale della società: «secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono». 

Qualche ora di volo e atterriamo nelle due Americhe.  

Impossibile non pensare a L’amore ai tempi del colera, uno dei romanzi più celebri del premio Nobel Gabriel Garcia Marquez. La malattia viene paragonata alla struggente passione amorosa: «l’amore ha gli stessi sintomi del colera», cioè sconvolge la vita come una malattia contagiosa, causando stati febbrile e follia.   

Alla lista si aggiunge Edgar Allan Poe con un racconto intitolato La maschera della morte rossa. Il principe Prospero decide di trascorrere la quarantena, al riparo dalla devastante pestilenza rossa, invitando a palazzo circa un migliaio di amici e cortigiani e organizzando danze e giochi. Dopo 5 mesi di isolamento indice un ballo a cui si presenta una misteriosa e mortifera figura…  

Per quanto riguarda il Covid-19, la letteratura sembra sia stata addirittura profetica.  

È il caso del giallo The eyes of darkness, scritto nel 1981 da Dean Koontz, in cui l’eroe-investigatore deve fare i conti con un batterio dotato del 100% di mortalità, denominato “Wuhan-400”. A più di 30 anni di distanza dalla pubblicazione, è una coincidenza impressionante con l’attualità, considerando che proprio Wuhan è stata l’epicentro del virus.  

Ancora più sbalorditivo Spillover di David Quammen, pubblicato nel 2012. Il titolo si riferisce alla rapida diffusione di un virus patogeno quando effettua il salto di specie, passando dall’animale serbatoio all’uomo. Il giornalista, raccogliendo opinioni di scienziati e di “cacciatori di virus”, è riuscito a delineare una situazione che si sarebbe realizzata 8 anni dopo. Egli infatti scrive: «Qualche Cassandra bene informata parla addirittura del Next Big One, il prossimo grande evento, come di un fatto inevitabile. Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime?». È esattamente quello che è successo! 

In un libro di profezie del 2012, la sensitiva Sylvia Browne aveva pronosticato: «Entro il 2020 gireremo con mascherine e guanti per via di un’epidemia di polmonite». Aggiungendo, inoltre, che sarebbe velocemente scomparso per poi ripresentarsi «10 anni dopo». Beh, speriamo che almeno questa parte della predizione sia destinata a fare un buco nell’acqua! 

Chiariamo: lungi da me voler avanzare e/o abbracciare superstizioni e complottismi. 

Attraversando epoche, luoghi e generi diversi, abbiamo fatto una panoramica sul contagioso contatto tra letteratura ed epidemie. Sappiate, però, che di libri in cui, anche solo marginalmente, si inserisce una malattia contagiosa (e non), ce ne sono a bizzeffe.

Basti pensare alla lebbra in Tristano e Isotta, alla tisi in Conversazione in Sicilia o ne La Signora delle Camelie e così via… divertitevi a trovarne altre!  

Giusy D’Elia  

Disegno di Alessandro Mastroserio 

Vedi anche: La cultura dell’ambiente e il racconto delle buone prassi: l’incontro-dibattito green a #Rdl

Giusy D'Elia

Disordinata, ansiosa, testarda, logorroica… ma ho anche dei difetti. I pregi scoprili leggendo i miei articoli! Sono Giusy D’Elia, classe 1997. Studio Filologia moderna perché credo nel valore della cultura umanistica. Ho un mondo dentro che ha paura di uscire, ma La Testata mi sta aiutando a farlo esplodere! Sono la responsabile di Tiktok.

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