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Biggie: I got a story to tell – Netflix racconta il più grande rapper di tutti i tempi

La mia ossessione con Biggie aka The Notorious B.I.G. Alias Chrisotpher Wallace è inziata verso i ventidue anni, quando frequentai brevemente un ragazzo appassionato di rap.

Il ragazzo, come molti dopo di lui, è passato, ma la passione per il rap era lì per restare.

E Netflix, meravigliosa creazione qual è, ha cucito sulla mia personalissima passione tanti meravigliosi documentari.

Da Tupac Shakur, a Dr. Dre, a Snoop Dog, Puff Daddy ed infine il magnifico Biggie, tutti sono stati protagonisti di serie forti, delicate, intelligenti. E la bellezza dell’ultimo documentario, uno dei generi in cui Netflix riesce a dare il meglio di sé, intitolato Biggie: I got a story to tell è palpabile, vera. Forse, parliamo del miglior documentario su Biggie Smalls mai girato.

Uno sguardo diverso, privato, riesce a scovare il Biggie nascosto dietro il personaggio pubblico, il ragazzo nella star. La passione per la musica, più che il giallo dietro la morte prematura, è protagonista della creazione del regista Emmett Malloy. Era importante fornire al pubblico, ai fan dediti, una visione reale dell’uomo e del musicista Biggie Smalls. La sua stessa educazione alla musica, la ampia conoscenza del jazz e della storia della musica sono aspetti inediti del rapper, che viene ricordato per le sue rime incredibili ma troppe volte per la sua vita ambigua.

La rivalità tra East e West Coast ha preso il sopravvento sul vero valore di una musica che proveniva dalla cultura nera degli anni Novanta e li attraversava come un lampo di energia, rendendoli la culla di un nuovo modo di fare spettacolo. Protagonisti assoluti di questa evoluzione culturale e musicale, sue vittime sacrificali e baluardi, Tupac e Biggie hanno rimodellato e ristrutturato un immaginario, una classe sociale e l’industria discografica. Ma non sono i vizi, gli stravizi, la guerriglia tra “gangsta” che interessa lo spettatore che guarda Biggie: I got a story to tell.

Lo sguardo si apre alle possibilità emotive ed umane di una storia di vita, raccontata da bellissime immagini di repertorio e interviste a coloro che erano presenti nella cerchia degli affetti di un ragazzo complesso, assorbito totalmente dal mondo dei riflettori e catalizzatore di un potere ideologico troppo grande per lui. Le difficoltà di B.I.G., assieme alla sua forza e ai suoi talenti, sono raccontate con estremo candore, affrontate finalmente e fino in fondo da familiari ed amici. La sua vita dissoluta ma al contempo devota al rap non rientra in nessun canone classico, in nessuna narrazione: è solo la vita di un uomo, un padre, un figlio, un amore, un marito.

Ed è proprio questo racconto potente e realistico che innesca una fortissima empatia, una capacità di immedesimazione totale che ribadisce – contraddicendolo – lo status di star assoluta di Biggie Smalls.

La musica, inoltre, non si allontana mai dal suo protagonista. Biggie si allunga con braccia e sguardo verso il passato ed il futuro, acchiappandoli entrambi, facendosi consapevolmente predecessore e avo, ma anche discepolo di grandi musicisti. Egli fa la storia ma ne è anche figlio, prodotto. L’importanza, dunque, della sua opera divene trasversale ed incontestabile, importante nel suo essere arte, non solo rap. Emmett Malloy riesce abilmente nel compito di appassionarci, intrattenerci, ma anche insegnarci a guardare le sfumature, le insenature grigie dei personaggi che idolatriamo, idealizziamo.

Buona visione!

Sveva Di Palma

Per altri interessanti documentari di alto livello prodotti da Netflix, possiamo dare un’occhiata a The Night Staker e Pelé, il re del calcio.

Sveva Di Palma

Sveva. Un nome strano per una ragazza strana. 32 anni, ossessionata dalla scrittura, dal cibo e dal vino, credo fermamente che vincerò un Pulitzer. Scrivo troppo perché la scrittura mi salva dal mio eterno, improbabile sognare. È la cura. La mia, almeno.

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