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Cosa ci insegna The Good Place: la filosofia dietro la commedia

Il primo febbraio 2021 ha debuttato su Netflix Italia l’ultima stagione di The Good Place, una serie comedy statunitense con protagonista la talentuosa Kristen Bell, voce originale della nota Anna di Frozen.

Lontana dall’essere una classica commedia progettata per regalare agli spettatori una semplice risata, la serie affronta in ogni episodio tematiche legate all’etica e alla filosofia morale, portando chi la segue a riflettere su concetti importantissimi legati all’Umanità e al Divino.

Cosa accade quando si muore?

Questa è la domanda che dà il via allo show, domanda che pare trovare risposta quasi subito. Il primo episodio inizia nell’Aldilà, nella cosiddetta “Parte Buona”, dove Eleanor Shellstrop e altre anime sono state traghettate dopo la morte. I dilemmi etico-morali iniziano presto, dato che Eleanor è stata mandata in questo pseudo-paradiso per sbaglio: in vita non è stata affatto una brava persona e non ha alcun diritto di godere della pace eterna. È giusto, allora, che gli altri personaggi provino a educarla alla bontà e alla condivisione? È lecito per un essere umano provare a migliorarsi anche quando sembra già troppo tardi?

The Good Place riscrive le leggi dell’Aldilà così come le conosciamo, non attinge a una singola religione, ma a tutte, creando un sistema nuovo per l’Oltretomba che risulta fresco e originale per il modo spassoso in cui viene rappresentato. Nella commedia, però, trovano posto tematiche serie a cui la filosofia tenta di rispondere da millenni: come si fa ad essere una brava persona? Cosa rende l’Inferno tale? L’intenzione di un’azione è più importante delle sue conseguenze?

In quattro stagioni lo show risponde a questi e altri interrogativi, lasciando l’ultimo, il più importante, per il gran finale: è la perfezione eterna a rendere il Paradiso tale?

Riprendendo un ideale condiviso, nella serie la Parte Buona dà alle anime tutto ciò che vogliono appena lo richiedono, per sempre. Tutto ciò sembra assolutamente straordinario – il Paradiso!, e scusate il gioco di parole – ma la filosofa Ipazia, che fa un’apparizione nel penultimo episodio, fa notare che quando la perfezione si dilata all’infinito, diventi una persona infelice. Un’eternità perfetta, sempre uguale, priva di dolore e problemi, sulla carta sembra auspicabile, ma a ben pensarci è evidente che un’esistenza priva di rischi diventa presto un’esistenza priva di emozioni.

Come ripetuto da alcuni personaggi, ogni umano è un po’ triste ogni giorno perché sa che prima o poi dovrà morire, ma è proprio la consapevolezza della propria morte a dare significato alla vita. Quello che manca al Paradiso, dunque, è la morte.

Certo, per noi umani l’idea di vivere per sempre può essere di conforto, se paragonata alla prospettiva di non sapere cosa viene dopo, eppure è proprio il pensiero della fine a dare importanza a ciò che viene prima. Ed è il non sapere cosa viene dopo a renderci umani.

Lo show trova la soluzione al “problema” dell’eternità: c’è bisogno di una seconda morte, un mistero a cui nessuno sa rispondere. Cosa viene dopo l’eternità?

Nei suoi 53 episodi, The Good Place fa un ottimo lavoro nel creare un sistema post mortem che abbia un senso, senza focalizzarsi su una singola ideologia religiosa. Tuttavia, nell’ultimo episodio la risposta viene trovata nel buddismo, nella commovente metafora dell’onda: immaginiamo la nostra vita come un’onda sull’oceano che si innalza, poi s’infrange sulla riva ed è distrutta. L’acqua però esiste ancora. Ciò che l’oceano fa con quell’acqua non ci è dato sapere, ma sappiamo che l’onda in qualche modo ne fa ancora parte.

Ecco cosa accade, secondo lo show, dopo la morte: si ha tutto il tempo da dedicare alle persone e alle cose amate, tempo per rafforzare i legami, per migliorarsi, diventando la versione migliore di se stessi. E quando ogni rimpianto è stato superato, ogni lacuna colmata, raggiunta la pace interiore, si va oltre tornando a far parte dell’Universo che ci ha generato.

Le anime in pace si dissolvono, diventando coscienza, quella vocina nella testa che suggerisce qual è la cosa giusta da fare. Un concetto già espresso nel corso della serie, un’idea che vede nelle buone azioni la miccia che scatena altre buone azioni. Fare del bene dà vita ad altro bene.

Il finale di The Good Place si concentra sull’importanza della finitezza della morte e del nostro contributo al mondo. Non importa cosa accade quando si muore, ma cosa facciamo delle nostre azioni quando siamo in vita e come abbiamo usato il nostro tempo sulla Terra per aiutare gli altri. Come ci insegnano Eleanor, Chidi, Tahani e Jason, i quattro umani protagonisti della serie, pensare al bene non è abbastanza, bisogna farlo, solo così la nostra esistenza avrà avuto senso e potremo trovare la pace necessaria ad andare oltre. È stringendo relazioni con gli altri, aiutandoli e guidandoli quando il gioco si fa duro che diventiamo parte del mondo e lasciamo il segno.

Claudia Moschetti

Vedi anche: Donne all’arrembaggio: le piratesse più famose della storia

Claudia Moschetti

Claudia Moschetti (Napoli, 1991) è laureata in Filologia Moderna e scrive per un sito universitario. È, inoltre, recensora presso il blog letterario Il Lettore Medio e redattrice per il magazine La Testata. Dal 2015 collabora alla fiera del libro gratuita Ricomincio dai libri, di cui è anche organizzatrice.

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