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Please, please, please fatemi essere Silvia Calderoni

Immaginatevi una sera a teatro.

Siete sul punto di lasciar perdere e passare l’intera notte a fare zapping sul divano.

Ma voi immaginatevi una sera a teatro.

Le luci sono spente, la poltrona abbastanza comoda e la musica è quella degli Smiths.

Sul palco un’onda travolge la platea e riporta i corpi a riva, nudi delle proprie carcasse: è Silvia. Indomabile marea che tutto prende e poi restituisce.

Disordinare. Confondere. Oltrepassare i confini per decostruirli. Questo è quello che fa Silvia Calderoni, l’attrice più ipnotica del teatro indipendente.

Silvia, è così che la chiamo con gli amici – quasi come si fosse instaurato tra noi un rapporto confidenziale invisibile nel tempo e nello spazio – vive a Roma, zona Pigneto. La riconosci perché è quella col giubbotto fluo, i leggins spaziali sotto gli shorts strappati e i capelli che hanno il colore delle prime luci del mattino.

Potreste averla vista nel singolo Ed è quasi come essere felici di Motta o nell’ultima serie targata Sky mentre interpreta la Lupa capitolina o forse proprio al centro della miniserie Ouverture of Something that Never Ended al Gucci Fest,in cui viene presentata la nuova collezione di Alessandro Michele.

Stupenda e pericolosa allo stesso tempo, Silvia recita, balla, canta, suona e si denuda senza esitazioni. Il suo è un linguaggio innovativo e profondo, intriso di punk e rabbia, ma anche di poesia e morbidezza, che indaga questioni assai urgenti nel dibattito artistico e politico del tempo attuale: l’integrazione, il rapporto con l’altro, la consapevolezza di un’identità con i suoi conflitti sociali.

Silvia, che così continuo a chiamare, in terre che insiste a percorrere, sempre sotto l’occhio deflagrante del mondo, si racconta e ci racconta – noi tutti pavidi da medaglie d’oro – come solo lei potrebbe, e come solo lei saprebbe. Per sé e per noi, rivendica il diritto alla libera espressione e all’auto – determinazione.

Nel 2009 la vittoria del Premio Ubu come miglior attrice under 30 l’ha catapultata sulla scena internazionale, ma è dal 2005 che la trentanovenne di Lugo di Romagna esordisce con la compagnia Motus, diventandone incantevole musa e inconfondibile amazzone.

Una compagnia molto vicina all’approccio del Living Theatre americano per aver concatenato la rappresentazione scenica con sperimentazione e impegno civile. Loro stanno nei margini, nelle piaghe urbane, in quelle zone di confine che sono impossibili da valicare, con l’intento di interrogare e interrogarsi su delle criticità, o proporre – chissà – anche una via di fuga da un palcoscenico che ci ricorda dell’esistenza di certe immagini che non sono altro che scontenti che preferiremmo non aver visto.

Quello che conta per Motus è il processo, il ponte che intercorre tra la scrittura prima e la messa in scena poi, l’eccitazione sempre in subbuglio, così come la tensione per qualcosa di sconosciuto ma consapevole, che esiste e si fa spazio tra la realtà e la rappresentazione.

Nei loro spettacoli, lo spazio che si occupa non è più solo quello di una sedia, alla fine lo sguardo abbraccia il palco, gli attori e le sedie degli altri. Il corpo si fa carico di una responsabilità e di una certa coscienza sociale, per cui non è più lo spettatore che riceve, ma è lo spettatore che riceve e restituisce, che nel frattempo inciampa nelle vite degli altri e a volte riesce anche a metterle apposto.

Il teatro allora diventa innesto e miccia pronta ad esplodere: sconfina oltre l’epidermide, diventa androgino, si mette in gioco anche a costo di fallire. Rischia, a volte fa scandalo e a volte vince.

Ogni incontro è un arricchimento e questo è un pensiero fondamentale per Motus, ma anche per Silvia che parla del palco proprio come luogo necessario per uscire da sé, da un corpo espanso che necessita di sentire. Tutto è innamoramento continuo, un salto di corpi e tra corpi, che termina solo se ci si riconosce e poi ci si sceglie.

«È importante che anche gli outsider si facciano sentire» dice Silvia, «che entrino nelle istituzioni e mostrino loro la varietà delle scelte» contro la tentazione di ragionare per le categorie di un mondo sempre più pensato come normodotato-etero-bianco-occidentale.

Proprio in concomitanza alla partecipazione del GucciFest, il corpo di Silvia è diventato oggetto di una codarda violenza verbale come solo i social media permettono, generando il solito squallido e vigliacco body shaming.

Perché? Perché finalmente c’è qualcuno che sposta la tenda un po’ più in là e lascia vedere ciò che i corpi possono essere e possono fare.

Dimentichiamo sempre che l’arte deve perturbare, che siamo stanchi delle mostre da file chilometriche, dei musei dei divieti e della noia, degli spettacoli visti in maniera composta, delle parole che non emozionano più.

Dimentichiamo che solo certe rabbie permettono delle rappresentazioni future e a volte, solo certe Silvie possono interrompere il gioco, azzerare il punteggio e ripartire dal via.

 

 

Serena Palmese

 

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