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Lasciateci godere lo spettacolo

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”

(Articolo 4 della Costituzione Italiana)

Lavorare nel mondo dello spettacolo non è mai stato facile: bisogna fare i conti con la saltuarietà degli ingaggi, i pagamenti minimi o nulli, i pregiudizi di chi crede che sia un hobby più che un lavoro vero e proprio.

Il nuovo DPCM ha poi dato il colpo di grazia ad una categoria già in ginocchio.

Con le nuove ma non tanto nuove misure restrittive a causa degli impenni dei contagi, ancora una volta a farne le spese sono i lavoratori non tutelati dallo Stato che vengono abbindolati da bonus fantasma, mai visti e mai percepiti, specchietti per le allodole per un popolo ormai affamato e inferocito.

Poche settimane fa si è svolta a Milano, in Piazza Duomo, la manifestazione silenziosa che ha visto spuntare cinquecento bauli simboli della crisi che sta vivendo il mondo dello spettacolo dallo scoppio della pandemia.

“Un unico settore, un unico futuro” queste le parole riportate su uno striscione e accanto tantissime persone che per quel settore ci vivono e con quello ci campano.

Proprio quando sembrava esserci una lenta ripresa, ecco che di nuovo siamo stati investiti dalla paura, dalle misure estreme e dal sacrificio di tutto ciò che non è ritenuto indispensabile.

Ma se possiamo andare al lavoro e affollare i mezzi pubblici, perché i lavoratori del mondo dello spettacolo devono essere buttati via come rami secchi?

Eppure, gli italiani si vantano così tanto della loro cultura! Forse per cultura intendono tutti i documentari che hanno visto su Netflix?

Ho chiesto a due addetti ai lavori, Pietro Santangelo e Dalila Rebuzzi, rispettivamente musicista e ballerina, com’è vivere sulla propria pelle questa situazione già così complessa resa ulteriormente più complicata dal virus circolante.

Pietro ci racconta: «Mediaticamente parlando, non passa niente. A nessuno sembra importare realmente del problema di questo settore.

Poco fa c’è stata la manifestazione a Milano e sono in programma  numerose iniziative ma quello dello spettacolo è un comparto che non può scioperare perché anche senza quello si può comunque andare avanti.

Lo spettacolo è stato inserito nel concetto di movida, cosa che lo ha portato a restare bloccato per tutta la quarantena e tutta l’estate.

Lo Stato continua a dire che i mezzi ci sono ma sono tutte promesse a vuoto, così come lo sono stati gli Stati Generali di Giugno e i Bonus di Agosto! Ciò che manca è un’istituzionalizzazione dell’offerta culturale e c’è da combattere anche la forma mentis di quelli che non reputano questo un vero lavoro.
Noi ci siamo già mossi con diverse manifestazioni a Maggio e Giugno ed è nata un’Assemblea permanente; qui in Campania poi abbiamo il Coordinamento Arte e Spettacolo Campania. Sembrerebbe che stiano funzionando: siamo stati convocati dalla Regione, verranno stanziati nuovi bonus ma è importante continuare a mantenere viva l’attenzione sul problema! Perché, qualsiasi sia il motivo, siamo i primi a essere chiusi e gli ultimi ad essere aperti. »

 

Dalila dice: «la situazione nel mondo della danza non è mai stata semplice ma a ridosso della crisi economica del 2013 la situazione non ha fatto altro che peggiorare. Uno dei problemi principali è che la danza viene sempre più considerata come un’attività ludica e non come una disciplina di formazione ed è quindi facilmente sacrificabile nel momento in cui bisogna fare delle scelte.

È inammissibile ritenere che l’arte sia un passatempo, qualcosa di sacrificabile non solo dal punto di vista economico, quando invece serve a formare l’individuo.

La situazione attuale non ha fatto altro che mettere il dito nella piaga di una crisi già profonda che non riguarda solo la danza ma il mondo dello spettacolo tutto.

C’è, prima di tutto, la mancanza totale di una tutela del lavoratore e gli ingaggi sono quasi sempre a tempo determinato.

In un momento in cui il problema sanitario e culturale combaciano, nessuno si pone il problema di come salvare i lavoratori dello spettacolo.

Siamo destinati a scomparire pian piano ma nonostante ciò è importante continuare a incoraggiare le nuove generazioni sperando anche e soprattutto in un cambio di mentalità.

La situazione è molto triste. Speriamo in un progresso morale e culturale.»

 

Maria Rosaria Corsino

 

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La Redazione

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