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Intervista a Chiara dello Iacovo: con l’arte si vive o si sopravvive?

Chiara dello Iacovo dedica la sua vita all’arte, dalla musica al teatro.

In un periodo in cui il rapporto complesso con l’opera e l’artista viene soppiantato dall’interazione immediata.

In un periodo in cui d’arte non si vive, ma si sopravvive.

Abbiamo più che mai bisogno di un’artista.

 

Hai iniziato con la musica e ora ti occupi di teatro. Puoi raccontarci il tuo percorso artistico e questa transizione?

“Diciamo che ho iniziato con tutte e due e continuo a occuparmi di entrambe. È stato più un fatto di sopravvento, o di cosa sentivo più familiare a diciannove anni, appena entrata nel mondo degli adulti e con più musica studiata che non teatro alle spalle. In realtà da quando ho cominciato a studiare allo Stabile di Torino ho realizzato che anche quando mi occupavo solo di musica, inconsapevolmente cercavo di fare teatro. Non mi bastavano concerti, volevo fare spettacoli. Insomma, le nostre strade si sono ricongiunte perché era un tassello che mi mancava, e nella mia psiche quando c’è un vuoto si crea inevitabilmente un campo di attrazione magnetica.”

È possibile “vivere d’arte”, mantenersi con l’arte nel 2020?

“Non è mai stato semplice. Tralasciando il fatto che dipende dal tuo gradino nella “scala industriale”. Credo appunto che il problema venga prima, da un sistema socio – economico fondato sul massimo profitto col minimo sforzo. Per stare al passo col sistema, per quanto aberrante, oggi, da anni, agli artisti è richiesto troppo: non solo devono essere impeccabili nell’utilizzo degli strumenti del proprio mestiere ma in più devono occuparsi della comunicazione sui social, della propria promozione, della propria immagine ancora prima che della propria arte.

Nel mondo della musica leggera questo fenomeno a volte è tristemente imbarazzante. Bisognerebbe cercare di spezzare questo giogo. D’altronde alla fine gli artisti che seguiamo più volentieri sono quelli che dai social tengono una certa distanza. È difficile cambiare il sistema da dentro, spesso finisce per divorarti.  E se sei donna le difficoltà e le pressioni sociali si moltiplicano.”

Pensi che la polemica nata per la chiusura dei teatri porti dei risvolti positivi in questo ambiente?

“Dovrebbe portarli fuori dall’ambiente teatrale. Noi facciamo teatro per le persone, mica per gli attori o i registi. Ci si auspica che un teatrante abbia una ragione teatrale che sottende il suo gesto. Questa cosa poteva andar bene fino agli anni 80, quando ancora non ci si era resi conto del disastro che si celava dietro la società del consumo. Questa pandemia, quindi, ha soltanto messo i riflettori su problemi già esistenti, in un Paese dove essere un artista non è considerato un lavoro a meno che tu non abbia raggiunto la fama. Per quanto riguarda il teatro, la cosa buffa è che per i teatri chiusi protestano i teatranti, non le altre persone. Questo dovrebbe farci porre alcune domande essenziali sul ruolo del teatro nella nostra società, che cosa è diventato. Come mai in un range di ragazzi tra i 18 e i 30 anni, vanno a teatro quasi solo quelli che fanno teatro?

Sembra che non sappiamo chi siamo. Ci lamentiamo, giustamente, delle politiche degli ultimi 30 anni, ma dimentichiamo che noi abbiamo risposto alla chiamata di artisti proprio perché siamo la Resistenza, non il partito maggioritario. Il resto è business.”

Che ruolo ha il teatro nell’era dell’intrattenimento immediato, letteralmente “a portata di mano” di Tik Tok e Instagram?

Si parte dal presupposto che il teatro non sia intrattenimento. È uno degli ultimi baluardi che ci rimane, una delle ultime certezze che ci fa dire che abbia ancora un senso resistere a questa marea in cui stiamo annaspando. Il teatro è uno dei pochi atti che può svolgersi solo nel “qui ed ora”. Teatro accade quando anche solo una persona racconta una cosa ad un’altra, e affinché ciò sia possibile bisogna che entrambe condividano lo stesso spazio e lo stesso tempo. Un atto rivoluzionario ora come ora.”

Ultimamente in un’intervista ho parlato del ruolo dei social network in relazione all’arte. Ci sono dei lati positivi? Possono fungere da mezzi di diffusione della cultura?

“Non credo che tutto questo ci faccia bene, come umanità. È vero, si viene in contatto con una moltitudine di spunti, ma quali riescono a sedimentarsi in noi? Stiamo parlando di social in cui un video può durare massimo 15 secondi. Cosa può lasciarmi, profondamente? Poi un conto è l’informazione, un altro è la cultura. Scrollare i feed di un social non è come essere ad una mostra, andare su Netflix non è come stare in fila al cinema. Anche solo per il fatto che in quei casi si prende la decisione di dedicare un tempo e uno spazio alla ricezione di qualcosa, per cui anche il corpo reagisce e si predispone. Quando siamo su internet siamo impressionati. La cultura, l’arte, dovrebbe fare il processo opposto, intaccare le tue fondamenta, posarsi da qualche parte al tuo interno.”

L’ho chiesto a Luciano Garbati e ora lo chiedo anche a te. L’arte, che sia musica o teatro, attualmente per essere realmente apprezzata deve avere valore sociale o politico? Possiamo ancora parlare di arte per arte?  

“Io credo che l’arte sia sempre politica. Anche “the art for art’s sake” è una scelta politica. L’arte è prima di tutto un punto di vista, e che lo si voglia o meno, questo fa di essa un gesto politico.”

 

In foto: Chiara dello Iacovo

Angela Guardascione

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La Redazione

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