Favolacce, la fotografia amara della mediocrità di provincia

Orso d’argento al Berlinale, il secondo lungometraggio dei fratelli D’Innocenzo è un perfetto spaccato della mediocrità della piccola borghesia di provincia. Uno dei pochi gioielli del cinema italiano degli ultimi anni.

«Quanto segue è ispirato ad una storia vera. La storia vera è ispirata ad una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata».

La voce narrante trova in un cassonetto il diario di una bambina. Affascinato dagli stralci di vita banale che la piccola scrittrice, il narratore prova a colmarne le pagine lasciate in bianco.

Così, la dicotomia tra realtà e fantasia sfuma addentrandosi sempre più nelle vite di alcune famiglie di una sperduta periferia romana. In questo luogo dai contorni indefiniti viene scandita con precisione scientifica, ad ogni inquadratura, la miseria morale e sociale che sta divorando il nostro mondo.

Il punto di vista da cui lo spettatore osserva questa deriva è quello dei rappresentanti più fragili della  nostra società, i bambini.
La loro sensibilità e le loro problematiche si confrontano a fatica con il mondo adulto, troppo spesso incomprensibile. Un divario invalicabile, evidenziato dall’incomunicabilità del nucleo familiare e dall’indifferenza degli adulti verso un mondo ormai troppo lontano dal loro.

Il cinema dei fratelli D’Innocenzo ha il sapore nostalgico della cinematografia neorealista. Il loro esordio alla regia, nel 2018 con La terra dell’abbondanza, aveva lasciato ben sperare. Con Favolacce si sono superati: una favola nera, priva di speranza, che vale la pena guardare e riguardare.

 

Simone Passaro 

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