Intrattenimento

Intervista a Lanz Khan: quando il rap si fa arte, cinema e poesia

Contenuti raffinati e atmosfere brutali si sposano perfettamente nei suoi brani – ricchi di citazioni storiografiche e inerenti al mondo dell’arte e del cinema – emblema di un modo di fare rap fuori dagli schemi, che indaga, senza porsi limiti, la conoscenza umana.

Lanz Khan, classe ’90, è un MC milanese membro della Mad Soul Legacy crew, uno dei liricisti dai testi più ricercati e al contempo spietati della scena rap underground italiana.

Ho avuto l’immenso piacere di parlare con lui del suo ultimo progetto, delle sue maggiori ispirazioni e, infine, del destino dell’hip-hop nel frenetico mondo in cui viviamo oggi. Ma non solo… perché il nostro LK ha qualcosa in serbo per noi!

Inizierei dal tuo ultimo progetto, Medusa EP realizzato in collaborazione con Mr.Phil. Come nasce l’idea dietro questo disco e cosa puoi dirmi sulla scelta della title track, Medusa, e del primo singolo estratto, Kim Jong-un?

“L’idea nasce dalla nostra passione condivisa per il rap fatto con una certa attitudine. Dopo aver collaborato insieme in Kill Phil 2 avevamo entrambi la volontà di misurarci con un progetto nuovo ed è quindi nata la voglia di provare a realizzarlo insieme. Il titolo dell’EP, invece, è venuto fuori durante i lavori, dopo la fase di scrittura e dopo le prime registrazioni. L’idea di questo titolo convinceva entrambi e ci siamo resi conto che poteva avere anche un buon impatto a livello estetico. Medusa e Kim Jong-un sono due brani forti, molto simili per certi versi ma anche molto diversi per altri. Medusa ha delle immagini più fini nel ritornello e volutamente più grezze nelle strofe, come a cercare di rendere l’idea di un legame tra la bellezza, l’eleganza e un immaginario decisamente più splatter. Kim Jong-un invece è più una dichiarazione di intenti, come se in un certo senso definisse la mia posizione all’interno del movimento artistico del rap italiano (o ciò che di esso rimane)”.


Il tuo modo di fare musica si configura, per la ricchezza di contenuti e rimandi, anche come un mezzo di promozione culturale: come nasce questa inaspettata sintesi tra un genere musicale come il rap e certe tematiche a te care?

“Molto semplicemente sono sempre stato una persona con una curiosità viva e insaziabile. Col tempo mi sono accorto che sempre più elementi derivanti dai miei interessi stavano diventando colonne portanti della costruzione dei miei testi e questo mi ha portato a dover cercare la soluzione migliore per armonizzarli in un contesto nuovo come può essere un testo rap. Nasce quindi tutto da una mia personale esigenza di rielaborare in qualche maniera tutti questi stimoli che non riesco solamente ad acquisire e tenere lì, come se fossero dati da inserire in un archivio mentale; mi piace farli interagire nelle maniere più singolari affinché generino, in primis per me, nuovi significati e sensazioni mediante gli accostamenti che si vengono a creare. Molti ragazzi che mi ascoltano, specialmente i più giovani, rimangono affascinati da questo aspetto e a volte capita che si interessino a degli argomenti che fino a poco tempo prima non consideravano degni di interesse – me lo scrivono quasi ogni giorno nei messaggi privati – e ciò non può che farmi molto piacere”.

Quali sono stati gli artisti che hanno influenzato la tua concezione del fare musica e che più ti sono stati d’aiuto nel plasmare anche tecnicamente il tuo stile personale?

“Sotto il profilo tecnico, tutto quello che ascoltavo fra i quattordici e i diciotto anni – rap italiano in prevalenza – sicuramente ha influenzato la mia maturazione tecnica, così come il confronto e la vicinanza con altri artisti più maturi e capaci di me. Il rap americano invece è un costante riferimento per quanto riguarda lo stile e il gusto. Per quanto riguarda, invece, il modo di concepire un testo e quindi la scrittura vera e propria, al di là quindi delle metriche e dei cambi flow, sono molto più influenzato dai pittori o comunque da artisti più legati alle arti visive. Ogni periodo ha riferimenti e ispirazioni diverse e se dovessi farti dei nomi probabilmente ce ne sarebbero troppi”.

I tuoi testi sono spesso molto descrittivi e ricchi di immagini, possono essere ascoltati visualizzando una scena ben precisa, come se fossero ognuno un mondo a sé, un cortometraggio cantato. Dualcore, Keyser Söze, Legend Soprani e molti altri brani riportano, inoltre, svariate citazioni al mondo del cinema. Qual è il tuo rapporto con la cinematografia, quali sono le tue maggiori ispirazioni?

“Il rap come forma d’arte in sé ha un dinamismo che mi ricorda molto quello del cinema. Quando scrivo, infatti, tendo a considerare le barre di una strofa come se fossero i fotogrammi di una pellicola che scorre. Mi piace che i testi che scrivo abbiano una forte componente visiva e che questa venga ulteriormente arricchita e caratterizzata dall’uso della voce o dall’atmosfera del beat. Il mio rapporto col cinema è di reciproca stima; io amo i film e loro – quando sono di qualità – mi trovano sempre”.

In molti testi possiamo notare una serie di rimandi alla cultura orientale: parlo di brani come Hashishin o NBK, giusto per citarne alcuni. Com’è nato questo tuo interesse verso l’Oriente e cosa ti affascina di più della sua atmosfera culturale?

“L’Oriente su noi europei esercita sicuramente un fascino particolare; è un mondo talmente variegato, antico, originale e profondo che non può non affascinare ogni persona dotata di curiosità e buon senso. Cosa mi colpisce nello specifico è difficile dirlo perché se passi dal Medio Oriente al Giappone, ad esempio, ti possono quasi sembrare due mondi a parte. Quello che mi affascina è forse proprio questo, ossia il fatto che esista al fuori del nostro orticello di casa un orizzonte culturale così vasto e così diverso ma allo stesso tempo dotato anche di punti in comune. Scoprire queste cose è molto affascinante. La diversità è un dono”.

Com’è cambiato, secondo te, l’approccio dei giovani alla cultura hip-hop rispetto agli anni del tuo esordio? Credi che la diffusione che questo genere ha visto negli ultimissimi anni sia un fattore più positivo o più negativo per gli emergenti? Maggiore visibilità ma più concorrenza, no?

“I giovani ora non si approcciano alla cultura hip hop – o almeno, non nella maggior parte dei casi. A prescindere dalle differenze estetiche che possono esserci a livello musicale tra le nostre generazioni, quello a cui si fa riferimento oggi non è un percorso di ricerca e di crescita individuale basato sull’arte e sulla competizione; i giovani oggi si approcciano direttamente a un mercato musicale che li vede fatalmente protagonisti. Sono cambiate talmente tante cose in così poco tempo – nell’hip-hop così come nel mondo intero – che su questo tema potremmo discutere per ore. Mi limito a dire che però ognuno è figlio della propria epoca, nel bene e nel male”.

Lanciamo uno sguardo al futuro, vuoi svelarmi qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

“Ho un progetto in cantiere e farò di tutto per far sì che veda la luce entro il minor tempo possibile. Probabilmente, fin qui si tratta del mio lavoro migliore”.

E noi non vediamo l’ora di ascoltarlo!

Rebecca Grosso

Vedi anche: Intervista a Murubutu, poeta italiano prestato al rap

Rebecca Grosso

Un giorno non avrò bisogno di presentazioni. Niente presuntuose ambizioni, solo una lontana speranza per una persona a cui stanno strette le definizioni. Mi piace selezionare le parole giuste ma il Negroni lo prendo sbagliato. Osservo molto, penso troppo e credo in poche cose di estrema importanza. Lascio un pezzo di me in ogni articolo che scrivo.
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