Fermati, che Napoli canta il Bello attraverso la musica dei suoi vicoli

Gianmario Sanzari, si racconta in una vita tra cantautorato di strada e nuovo disco.

Immagina di salire in alto, sul tetto di un palazzo, guardare cupole e case che si stagliano in un cielo terso. Napoli nel suo ventre di abitati, cemento, tufo e arterie di vicoli, bello.

Bello, che non è così scontato, aggettivo che avvolge, che domanda, che provoca. Domanda se davvero l’acqua che sembra disegnata in cartolina ai piedi del Vesuvio è il mare che bagna Napoli.

Bello è tutto questo e molti altri colori, è il nuovo album di Gianmario Sanzari.

Il disco, in dieci tracce, racconta l’anima partenopea attraverso l’esperienza di una giovane artista viandante, appunto Gianmario. Il disco vede la collaborazione Pasquale Ciotola anche nelle vesti di produttore e arrangiatore, musicato da Dario Di Pietro e missato da Andrea Giuliana, il disco è anticipato da alcuni singoli come ‘Na CarezzaO no?! e proprio Bello, traccia omonima che dà il titolo al progetto.

Gianmario riesce nella forza propulsiva e coinvolgente dei sui brani a trainare lo spirito con la forza di una hit, ma rispettando coerentemente la bravura di una penna, la sua, quella di un diario emotivo di un viaggiatore.

Gianmario è prima inchiostro e note, rispetta profondamente il ruolo di cantautore e quello di testimone della melodia napoletana. Quella dalla sacralità aurea e quasi intoccabile, ma portandoci dentro tutto il suo, quel bagaglio da buskers e gipsy di suonatore di strada. Si passa da groove funky, fresco pop, folk fino all’affinata forma di cantautorap. Gianmario è un profondo cantastorie, armato della sua chitarra racconta della sua esperienza tra le strade della sua città, di fotografie nostalgiche, di tramonti, testimone di incontri di una generazione che vuol vivere appieno il suo tempo e l’ardere di certi amori.

Questa è la chiacchierata con Gianmario che diventa un flusso intimo, è il racconto dello stato della musica tra i vicoli, di una tra le migliori e polivalenti giovani penne della scena nostrana.

Conoscendoti, ascoltando le tue parole mi è parso di capire che il tuo background musicale è quello relativo al cantautorato buskers, a quello dell’artista di strada. 

Quindi qualcosa di abbastanza diverso, quasi in antitesi, con tanti giovanissimi che approcciano alla musica schermandosi in forma digitale. Quanto questo tipo di formazione ha influito sul tuo percorso? Sulla tua composizione?  E, quanto ancora, nonostante la forza virale della musica online, ti senti ancora artista di strada?

«Ho cominciato ad esibirmi per strada circa tre anni fa, insieme a mia sorella e a due amici che studiavano canto insieme a noi. È iniziato tutto per caso, dopo un po’ ho continuato da solo. Ho avuto tanti riscontri positivi ma anche tanti problemi legati a dei dissidi con alcuni residenti (suonavo anche dopo la mezzanotte, sforando il limite di orario concesso dal regolamento che se non ricordo male prevede le 23.30).
È tosta, perché bisogna organizzarsi con l’attrezzatura e tutto e bisogna spostarsi se le forze dell’ordine intervengono (questo accade anche di pomeriggio).

Ma suonare per strada è diverso dall’esibirsi in un locale o in un ristorante. La gente si ferma perché VUOLE ascoltarti e sicuramente è un’esperienza che mi ha fatto le ossa. Per me la musica è comunicazione, suonare in mezzo alla gente che canta insieme a te è diverso dall’esibirsi su un palco, dove sei sempre un gradino più in alto rispetto agli altri. Ma di sicuro non è il canale preferito dai ragazzi che vogliono affermarsi nel mondo della musica.

Io uso il social solo come una “vetrina” dei miei lavori e di quello che faccio, la gente deve prima ascoltarmi e poi decidere di seguirmi. Una sponsorizzata su Instagram non ha lo stesso riscontro di un live. Grazie alla strada ho conosciuto una persona che mi ha mandato allo studio dove ho cominciato a registrare, dove poi ho conosciuto il mio attuale produttore. Senza questa esperienza sarebbe stato tutto diverso.»

Il tuo primo lavoro discografico – Bello – dieci tracce in cui apri il tuo personale libro emotivo. Nostalgico, crudo, ma anche romantico e capace di soffiare un vento esotico di speranza. Già la copertina incuriosisce, tra il titolo quasi in contrasto con la scritta: “Il mare non bagna Napoli”, citando il capolavoro di Anna Maria Ortese. Si nasconde un concept dietro questo disco? O magari una semplice summa del tuo percorso degli ultimi anni?

Parlaci del tuo lavoro liberamente. 

«Il disco non parla di Napoli, bensì di Gianmario attraverso Napoli.
La scritta è un’installazione di Bianco-Valente che si trova sul tetto del Museo Madre. L’ho vista in un video e mi è piaciuta, ma come spesso capita per le mie canzoni, solo dopo le ho attribuito un significato.
L’ossimoro “il Mare non bagna Napoli” può essere letto come “Napoli non bagna Gianmario”.

La foto inoltre non ritrae il Mare e il Vesuvio come spesso ci si immagina la città, bensì  il Duomo e qualche tetto del quartiere San Lorenzo, che non si vedono spesso.

Il disco è una summa di tutte le mie esperienze vissute negli ultimi due anni circa. Sono canzoni scritte a tavolino insieme al mio produttore Pasquale Ciotola. Lui mi ha insegnato a lasciarmi andare e a muovermi per “immagini”. È importante che quando qualcuno ascolti una canzone riesca a “vedere” quello di cui stai parlando e c’è un lavoro dietro tutto questo.

Mi è capitato però di non riuscire a dire quello che provavo nel momento esatto in cui lo scrivevamo. Ho dato significato ad alcune canzoni solo molto dopo averle scritte. Probabilmente perché per forza di cose quando scrivi qualcosa lasci il tuo segno senza rendertene conto e poi lo analizzi molto dopo. È un blocco che ho sempre avuto con le canzoni. Il lavoro del produttore consiste nel tirare fuori tutto quello che hai dentro senza intaccarlo troppo con la sua penna.»

Raccontaci, se riesci, Napoli attraverso gli occhi di chi vive la strada a livello del mare, dalle corde della tua chitarra. Raccontaci delle difficoltà dovute al voler suonare liberamente su un marciapiedi, di come è la situazione generale in città per i giovani che vogliono affermarsi attraverso la musica, come potrebbe evolvere e magari migliorare la situazione per una nuova classe di musicisti 

«…Io conosco le tue strade, conosco la tua afa, conosco il tuo odore, conosco il tuo respiro, la mattina presto, la sera, a notte fonda.

Ho lasciato la mia voce in mezzo alle tue piazze, ti ho regalato il mio canto libero ed il suono della mia chitarra, e sono rimaste fisse lì, insieme a quelle di centinaia di persone.

I ricordi insieme a te mi fanno un male che non immagini.
Penso a tutte le volte che mi sono fermato a toccare i muri umidi del centro.
A tutte le volte che mi sono seduto sui tuoi muretti a guardare il sole scendere.
A tutte le volte che siamo rimasti io e te da soli, mentre io ti parlavo, senza dire nemmeno una parola.
A tutte le volte che ho suonato a Piazza San Domenico, in piedi sulla base del palo della luce.

Restavo lì fermo per ore e quando ci tornavo mi sembrava un pezzo di casa mia, mi faceva male se era sporco, come un divano o una sedia di appartamento.
Penso a tutte le volte che ho accarezzato lo specchio della tua acqua credendo che fosse solido e invece la mia mano ci si perdeva dentro…»

 

Per leggere lo stralcio del suo scritto e per seguirlo sulla sua pagina Facebook clicca qui 

Claudio Palumbo 

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